Quell’indimenticabile ’89 che cambiò la politica italiana

Politica
occhetto

Finì un mondo con la caduta del Muro di Berlino e la svolta della Bolognina. Ma prima ci fu il congresso dell’Amazzonia e le bandiere del Pci contro la Cina per Tien An Men

È vero che tutto finisce e quindi tutto ri-comincia il 9 novembre del 1989 quando i berlinesi dell’Est iniziano a fare a pezzi (subito aiutati dai loro concittadini dell’Ovest) il muro che li separava da quasi 30 anni. E tuttavia quell’anno, quell’89, fu quasi nella sua interezza uno spartiacque decisivo per tanti individui e per grandi comunità. A cominciare, appunto, da quella comunista. E come se lungo quei dodici mesi si fossero dati appuntamento altrettanti passaggi decisivi in un crescendo di tensione che inevitabilmente doveva, al suo culmine, scoppiare in mutamento non rinviabile e da cui non si sarebbe più tornati indietro. E quindi tenendo per buono il principio che “la storia non fa salti” in quell’anno, tuttavia, ne fece uno triplo e carpiato, non senza però essersi adeguatamente ben preparata prima. Nondimeno non mancò la sorpresa e anche la sofferenza. Almeno se all’89 si guarda con gli occhi di chi dentro la famiglia comunista italiana aveva vissuto.

Il Nuovo Pci di Occhetto
Il Pci aveva da tempo affrontato suoi nodi coi regimi comunisti: la convinzione che la spinta propulsiva della Rivoluzione d’Ottobre s’era esaurita e la scelta dell’ombrello della Nato già erano posizioni acquisite. Ma un certo legame (anche sentimentale) rimaneva. Un filo sempre più tenue che si sbriciola, appunto, il 12 novembre quando a una commemorazione di partigiani uccisi dai fascisti nel quartiere la Bolognina di Bologna il segretario del Pci, Achille Occhetto, dice (o meglio lascia intuire) che il Pci potrebbe cambiare nome e abbandonare l’aggettivo comunista. Ma già era il «Nuovo» Pci come certificato dal XVIII Congresso del marzo in cui Occhetto (non senza incontrare resistenze) usò in maniera quasi ossessiva quell’aggettivo, «nuovo», per compiere una cesura rispetto al passato. Un distacco reso celebre dalla famosa relazione congressuale sulla crescente desertificazione dell’Amazzonia che, in un paese dove il dibattito politico è dominato dal dibattito interno al Pentapartito e dal dominio del CAF (Bettino Craxi è il segretario del Psi, Arnaldo Forlani da febbraio è il nuovo segretario della Dc e Giulio Andreotti di lì a poco metterà in piedi il suo stesso governo), sembra una lunare divagazione. Mentre in realtà è il tentativo non di parlar d’altro, ma di uscire da una visione sviluppista (che accomunava liberismo e marxismo) per dare altre radici al Pci nuovo.

Tien An Men
Una tentata primavera che però viene raggelata da improvvisi scrosci d’acqua. Freddi e dolorosi. Come, ad aprile, la violenta repressione della protesta dei giovani cinesi che chiedevano libertà e democrazia in piazza Tien An Men a Pechino e che fa sembrare sempre più vecchio anche il nuovo Pci di Occhetto. Inservibile per quel suo aggettivo comunista e quindi da chiudere almeno a rammentare l’offensiva degli altri partiti, soprattutto il Psi di Craxi che ne vedeva prossime le spoglie politiche alle imminenti elezioni europee. Non andò così. Anche perché, per la prima volta, le bandiere rosse del Pci si ritrovarono sotto l’ambasciata di un paese che sventolava la bandiera rossa per protestare contro un regime comunista. Una divaricazione, sentimentale («non siamo come loro») più ancora che politica, oramai non più sopportabile. «Siamo diversi, ma siamo uguali» ripete ossessivamente Nanni Moretti-Michele Apicella (dirigente del Pci) durante la scena finale di Palombella Rossa che, appunto è del 1989. Poi si lancia con l’auto giù in un dirupo. Le europee di giugno però vanno meglio del previsto, 27,6%, un punto in più rispetto alle politiche di due anni prima. Il precipizio tuttavia resta lì davanti. C’è da scartare di lato e provare a non cadere. Anche di fronte al Muro che cade. O meglio, come titola l’Unità del 10 novembre, che si apre.

La svolta
E lo scarto, la “svolta”, appunto la compie Occhetto quella domenica mattina davanti ai partigiani della Bolognina. Il titolo d’apertura de l’Unità del giorno dopo però è sempre sulla Germania Est e sull’annuncio che Modrow (il “Gorbaciov tedesco”) sarà il nuovo capo del governo mentre «quattro milioni di tedesco orientali hanno trascorso a Ovest il weekend più libero e felice da 30 anni a questa parte». La «Svolta» (che ancora svolta non è, o perlomeno non viene percepita come tale) è nel titolo di centro pagina: «Dobbiamo inventare strade nuove» dice Occhetto ai veterani della Resistenza nel pezzo di Walter Dondi. La questione del nome del Pci è nell’occhiello dove alla domanda se il Partito cambierà il segretario del Pci risponde con un «tutto è possibile». Solo da martedì 14 si comincerà a mettere a fuoco quello che veramente sta succedendo. «La via nuova del Pci. Compagni tutto sta cambiando» titola l’Unità. Nello stesso giorno la dire zione del Pci su indicazione di Occhetto decide di avviare la fase costituente per far nascere «un nuovo partito della sinistra».

Il Nome e la Cosa
Ma prima ci sarà da passare dal comitato centrale. 5 (cinque) giorni di discussione in cui praticamente tutti i 300 membri del parlamentino Pci prendono la parola (l’Unità per poterne dare conto adeguatamente pubblicherà ben tre volumi) mentre nel frattempo in tutte le federazioni provinciali si tengono analoghe discussioni nei comitati federali. Poi toccherà alle sezioni, migliaia di incontri. Ma del Nome e della Cosa se ne discuteva ovunque e in qualunque momento. È stata probabilmente la più gigantesca , partecipata e diffusa discussione politica che si sia mai vista prima e che alimenterà quell’enorme momento di analisi individuale e collettiva che porterà al congresso del marzo del 1990 in cui si avvia la nascita del nuovo partito. Si tagliano le cime e ci si avvia in mare aperto. Si mischiano speranza e tristezza, amarezza e ottimismo come racconta bene La Cosa, film-documentario di Nanni Moretti del 1990. Dove c’è, come racconterà poi Claudia Mancina, un «popolo comunista che discute, si scontra, si arrabbia e sa ridere di sé e degli altri, pur in mezzo a una bufera che fa vacillare tutte le sue solide antiche certezze…». Cosicché se ne cercano di nuove (ma antiche) risalendo a due secoli prima. Al 1789, alla Rivoluzione francese: spuntano i «clubs» della sinistra e altri simboli come la Quercia per ricordare esplicitamente gli alberi della libertà. Anche perché il 1989 si chiude con le immagini delle rivolte (e delle fosse comuni) nella Romania di Ceausescu. È il 1989 che si chiude aprendo una nuova storia che cambia per sempre la più grande collettività della sinistra italiana ma che costringerà anche gli altri a cambiare. Il 31 dicembre dell’89 l’editoriale de l’Unità è di Achille Occhetto. «Il coraggio di ricominciare» è il titolo. «La storia di suo – scrive in quella stessa prima pagina Michele Serra chiedendo per il nuovo anno in arrivo “un po’ di riposo” – non è eccessiva, semplicemente segue i suoi ritmi, non sempre blandi e spesso rovinosamente veloci».

Vedi anche

Altri articoli