Quell’idea di Europa ridotta che ora perde la sponda di Londra

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epa04091331 Travelers queue at the Polish-Ukrainian border crossing in Medyka-Shehyni, Poland, 20 February 2014. Locals residents put up the blockade to show solidarity with the participants of protests on the Maidan in Kiev.  EPA/DAREK DELMANOWICZ POLAND OUT

Brexit, per la Polonia e i suoi vicini, è un duro colpo. Perdono un alleato, una sponda. E si sentono oltre modo esposti al possibile scatto che, in termini di integrazione politica, potrebbe arrivare dai Paesi fondatori

L’esito del referendum sull’uscita del Regno Unito dall’Unione europea ha allarmato fortemente i paesi dell’Europa centrale e baltica. Con Londra avevano sempre condiviso un’idea di Europa molto fondata sul mercato, sugli scambi commerciali e sulla liberalizzazione dei servizi, e poco sulla cessione di quote progressive di sovranità nazionale. Una linea di contrasto all’evoluzione federale, in estrema sintesi.

Brexit, per la Polonia e i suoi vicini, è quindi un duro colpo. Perdono un alleato, una sponda. E si sentono oltre modo esposti al possibile scatto che, in termini di integrazione politica, potrebbe arrivare da Germania, Francia, Italia e Benelux, i Paesi fondatori, come conseguenza della scelta dei britannici di sfilarsi dal progetto europeo. Non è un caso, così, che la Polonia, il più rappresentativo a livello di peso politico-economico tra i Paesi di più recente ingresso, si sia affrettata a chiedere un nuovo trattato comunitario. Dovrebbe fotografare l’Europa per ciò che è, ovvero un’associazione tra Stati nazione, ha fatto sapere Jaroslaw Kaczynski, l’uomo forte di Varsavia, dove da poco più di un semestre governa di nuovo la destra populista.

Quella di Kaczynski è un’ipotesi di Europa ridotta che, c’è da credere, non dispiacerà a Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia. Non va confusa, comunque sia, con una pulsione anti-europeista. Al netto di situazioni note, cariche di populismo, l’Europa centrale ha avuto molto dall’Ue in termini di sviluppo economico e democratico, ma ha anche dato, favorendo interscambio commerciale e culturale (quest’ultimo aspetto spesso sfugge alle analisi di superficie). Di certo, tra questi Paesi c’è la consapevolezza che sorreggersi da soli, con le proprie forze, non sarebbe possibile. Pertanto, benché anche in questa porzione del continente le leadership politiche giochino a prendersela con l’Europa – soprattutto sulla gestione della questione dei rifugiati – per ottenere miseri guadagni elettorali o contenere l’erosione di consenso, l’ipotesi di seguire la strada tracciata dai britannici non è realistica. Si deve dunque diffidare della parola che ricorre sulla stampa ceca di questi tempi, “Czexit”, anche se è vero che Praga è la capitale meno convinta dell’Europa, tra quelle della regione. E non va sovradimensionata la proposta, appena lanciata in Slovacchia dal Partito del Popolo, forza di estrema destra, di indire un referendum tale e quale a quello britannico. Lascia per ora il tempo che trova.

Proprio la Slovacchia assumerà dal primo luglio la presidenza semestrale della Ue. Avrà il difficile compito di gestire le prime fasi dei negoziati per l’uscita del Regno Unito, ammesso che decolleranno. Angela Merkel non sembra avere troppa fretta, si legge sulla stampa tedesca.

Bratislava, in questi mesi, tenterà di sicuro di avere rassicurazioni sulla sorte dei tanti lavoratori della “nuova” Europa che risiedono oltre Manica. Le loro rimesse sono a tutt’oggi una risorsa per i Paesi d’origine. Brexit, per questi europei, circa un milione di cui oltre la metà polacchi, potrebbe comportare un taglio sui diritti che il principio della libera circolazione della manodopera aveva sin qui assicurato. Il Regno Unito, tra l’altro, lo aveva applicato senza restrizioni già dal 2004, l’anno del grande allargamento dell’Ue a Est. Con Irlanda e Svezia, era stato l’unico Paese Ue a farlo. Gli altri avevano introdotto limitazioni e paletti temporanei (ora caduti). Si calcola che in questi dodici anni il flusso di persone dalla “nuova” Europa al Regno Unito abbia toccato complessivamente i due milioni.

Qui è il caso di aprire un inciso, perché, tra i tanti temi che hanno influenzato il referendum, questo è tra i più notevoli. Fintanto che non è scoppiata la crisi economica del 2009, la questione dell’arrivo di manodopera del paesi della “nuova” Europa non è stata avvertita con eccessivo fastidio. Anzi, è stata vista come una storia di successo, come una vicenda di buona integrazione. Polacchi e altri non hanno sottratto occupazione ai britannici. Una parte ha fatto lavori umili; un’altra, minoritaria, ha trovato impiego qualificato. Il mercato del lavoro si è dimostrato flessibile e i nuovi arrivati hanno contribuito alla crescita economica e versato contributi. E comunque, la gente dell’Est, rappresenta solo un terzo del numero complessivo di lavoratori stranieri oltre Manica, recentemente ingrossato da altri europei, soprattutto giovani, soprattutto provenienti da Paesi dove la crisi ha picchiato duramente.

La crisi ha rovesciato la narrazione. Il collasso delle economie continentali ha spinto i britannici a pensare che stare in Europa non fosse più conveniente, e a queste considerazioni contabili s’è sovrapposta la lettura, strumentalizzata dal populismo alla Farage e assecondata anche da Cameron (il taglio dei benefit sociali agli stranieri era stato uno dei punti della rinegoziazione per restare in Europa), che i lavoratori immigrati esercitassero una pressione eccessiva sull’economia domestica. A ciò, in ultima analisi, è stata ridotta la storia di emigrazione più importante degli ultimi secoli. Una storia fondamentalmente europea.

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