Quell’errore del Pd sul caso Calderoli-Kyenge

Razzismo
Cecile Kyenge alla Cerimonia Alzabandiera per la giornata dell'Unione Europea ad Expo2015. Milano, 9 maggio 2015.  ANSA/STEFANO PORTA

L’ex ministra: “Ma io continuerò la mia battaglia”. Un dibattito a Modena

“Bisogna riflettere sulla insensibilità e incompetenza della classe dirigente Pd su temi delicatissimi e cruciali”. Sentire pronunciate queste parole a casa del Pd stesso fa un certo effetto, soprattutto se le frasi vengono accolte da ampi cenni di assenso dalla platea.

Il giudizio senza appello è stato dato martedì sera da Gad Lerner, a Modena, nel corso di un dibattito sul tema del razzismo e in particolare sul recente voto al Senato che ha salvato il vicepresidente Roberto Calderoli dall’accusa di istigazione all’odio razziale.

I fatti risalgono al 2013 quando l’ex ministro leghista, parlando da Treviglio, disse “quando vedo la Kyenge non posso non pensare a un orango”. Ebbene, a metà settembre, 196 senatori hanno derubricato quelle frasi rivolte alla ex ministro modenese, a semplice ‘boutade’ negando l’autorizzazione a procedere per istigazione all’odio razziale. Tra questi una larga fetta di senatori Pd (compreso il modenesissimo Stefano Vaccari che si esibì oltretutto in un ipocrita comunicato contro Calderoli), forse convinti a farlo dalla necessità di evitare l’ostruzionismo dell’esponente del Carroccio sulla legge elettorale allora in votazione.

E martedì sera, davanti a una sala gremita, la stessa eurodeputato Cecile Kyenge, insieme a Lerner e al senatore Pd Luigi Manconi (uno dei pochi a votare controcorrente) hanno stigmatizzato quella scelta. ‘Chi ha paura di Cecile Kyenge?’ l’eloquente titolo dell’incontro.
“Calderoli è un abile professionista della politica che si rifugia nel grottesco per mascherare le sue offese personali e premeditate – ha detto Gad Lerner -. Qui si pone seriamente il problema di razzisti nelle nostre istituzioni. In qualsiasi altro Paese le parole di Calderoli sarebbero state duramente sanzionate. Invece noi dobbiamo fare i conti con le ambivalenti dichiarazioni del capogruppo Pd Zanda che, riferendosi al senatore leghista, ha parlato di ‘sdoppiamento della personalità’, magnificandone il lavoro istituzionale e condannandone le esternazioni. Un pregiudizio favorevole iniziale che manifesta l’incomprensione del problema del razzismo”.

“Siamo di fronte a un eterno ritorno all’antico – ha aggiunto Luigi Manconi -. Eppure fatichiamo a credere che in Italia si diffonda il razzismo, così come l’antisemitismo. Invece le cose purtroppo stanno in questo modo. Le parole di Calderoli sono gravissime perché dimostrano come le istituzioni legittimino il tema dell’odio razziale, fino a un decennio fa confinato a tabù grazie al veto etico. Le dichiarazioni del vicepresidente del Senato colpiscono la dignità individuale di una persona mortificandone la personalità. Il mio voto, in dissenso a quello del resto del gruppo, era un atto dovuto. Purtroppo il risultato della votazione crea un precedente pericoloso e che il mio partito ha sottovalutato”.

Parole risuonate tra i divanetti di una sala che ospitava l’intero staff dirigente locale del Pd, a partire dal segretario Lucia Bursi e all’entrante consigliere regionale Enrico Campedelli. Tutti ad approvare le parole di Manconi e Lerner, così distanti da una realtà dei fatti che ha visto salvare Calderoli e, in base alla tesi dei relatori, mortificare Cecile Kyenge.

Eppure, lei, l’eurodeputata di origini congolesi, primo ministro nero della storia della Repubblica, ha voluto iniziare il suo intervento proprio ringraziando il suo Pd per avere voluto affrontare il tema in un incontro pubblico. Resta ovviamente l’amarezza per quel voto al Senato. “Il 16 settembre ho saputo da un giornalista della votazione a palazzo Madama, non mi avevano neanche avvertito – ha detto l’europarlamentare -. Io dico sempre che l’Italia non è un paese razzista, ma dopo questi fatti è più faticoso ripeterlo”.

E poi lo spirito combattivo: “Dichiarazioni di questo tipo fomentano l’odio razziale e travalicano l’aspetto verbale per farsi concrete. A Rimini recentemente si è tenuta una manifestazione con cartelli nei quali si chiedeva venissi bruciata viva. Proprio così, bruciata viva. Sono stata avvertita da mio nipote ed è intervenuta la Digos – ha chiuso Cecile Kyenge -. Ma io vado avanti e continuo la mia battaglia, che deve essere una battaglia di tutti”.

E tutti ovviamente nel Pd martedì sera erano dalla sua parte, pronti a combattere la ‘buona battaglia’ come la definisce il suo portavoce, l’ex segretario provinciale Paolo Negro. Ma martedì non era necessario votare.

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