Quel rapporto sempre in bilico fra Capitan Pizza e Grillo

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Ora sarà importante cosa diranno il comico e Di Maio sull’avviso di garanzia

“Capitan Pizza non è d’accordo con quelle stesse regole che l’hanno portato a essere sindaco di Parma. Perché parli?”, tuonò Beppe Grillo dal suo blog. L’anatema del sindaco di Parma venne scagliato il 7 aprile 2014: Pizzarotti – “Capitan Pizza” – aveva nientemeno espresso perplessità sul modo in cui venivano composte le liste per le Europee. Fu allora che lo scontro emerse platealmente; ma in verità gli screzi fra i due – il comico e il sindaco – erano cominciati già subito dopo l’elezione di Pizzarotti (maggio 2012, con il 60,2 per cento dei voti, primo grillino sindaco, il primo cittadino più giovane – ha 39 anni – pragmatico, “politico”, mentre il Capo spargeva “vaffa” per tutto il Paese): «Grillo ha aperto la strada ma a Parma abbiamo vinto noi», disse appena eletto Pizzarotti, rivendicando il merito di un’affermazione in un certo senso storica. E il comico ribattè gelido: “A Parma hanno vinto i cittadini”. Si scontrarono subito da un lato il megafono che detta la linea, dall’altro il cittadino rappresentante del popolo.

Anche con Casaleggio le cose non andavano benissimo. Il “guru” lo attaccò pubblicamente per la promessa non mantenuta di spegnere l’inceneritore, e Pizzarotti ci restò malissimo. In un libro uscito alla fine del 2013, Il primo cittadino, scritto da Marta Serafini del Corriere della Sera, il sindaco di Parma disse così: “Certe volte mi chiamano dalla Casaleggio Associati e io mi rifaccio vivo dopo una settimana (…) È una persona schiva, non è un personaggio da palcoscenico e per questo viene criticato.(…) Lo hanno attaccato anche per aver preso parte al Forum di Ambrosetti, ma io rispondo che invece ha fatto bene a partecipare. È meglio che venga allo scoperto”. Non esattamente il massimo del calore.

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In tutti questi anni Pizzarotti per lo più ha evitato di mettere becco nelle vicende “romane” del Movimento, ritagliandosi il ruolo di spirito critico, con tutta la cautela del caso specie nella fase in cui veniva cacciato anche il dissidente più blando, munito di maggiore libertà proprio in quanto eletto dal popolo – il che, nella mentalità robespierrista dei grillini – assicura un certo margine di autonomia.

Certo, “Pizza” ha rischiato parecchio, soprattutto quando divenne il punto di riferimento dei vari parlamentari che volevano discutere un po’, poi inevitabilmente fatti fuori, arrivando perfino a organizzare il 7 dicembre 2014 l’Open day a Parma, riunione aperta ai “cattivi”: ma, dopo il Grande Terrore che colpì Walter Rizzetto, Mara Mucci , Giulia Sarti. e tanti altri, il sindaco di Parma se n’è stato nella sua città senza proferire verbo.

Ora che è stato raggiunto da un avviso di garanzia, sarà interessante vedere cosà dirà Beppe Grillo: se cioè proferirà il medesimo “siamo con te” usato con Nogarin oppure no. E sarà decisivo l’atteggiamento dell’uomo forte del Movimento, Luigi Di Maio – lo stesso che qualche giorno fa in una intervista alla Stampa ha parlato dell’abuso d’ufficio come di un “reato grave” (tale da implicare dimissioni?-ndr) – che invece stavolta, pragmaticamente -sotto elezioni – potrebbe scegliere una via morbida evitando scomuniche.

E lui, Pizzarotti, cosa farà? C’è chi è pronto a scommettere su una sua uscita definitiva del Movimento (se questo non dovesse “coprirlo”), puntando su una sua lista civica in vista delle comunali di Parma dell’anno prossimo. Ma è aperta anche la possibilità di un suo “rientro” chiaro fra i grillini, magari dopo aver stretto un patto di ferro proprio con Di Maio. In chiave anti-Fico, l’unico del vertice che sembra aver preso una strada diversa, più primitiva, più populista, più “della prima ora” grillina, da quella del vicepresidente della camera, ormai politico a tutti gli effetti.

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