Quel “muro” di Orban che non può fermare la fuga dalla disperazione

Scenari
Migranti e profughi bloccati nella 'terra di nessuno' al confine serbo-ungherese di Horgos davanti alla barriera di filo spinato eretta dagli ungheresi, 15 settembre 2015.
ANSA/DRAGAN PETROVIC

Tre siriani disabili che hanno superato il confine tra Ungheria e Serbia sono ora accusati di aver violato la barriera voluta dal primo ministro magiaro

Tutti lo chiamano “muro”, anche se tale non è: non dal punto di vista tecnico. Si tratta infatti di una rete metallica, sorretta da pali. Poco importa. Questa barriera, disposta lungo i 175 chilometri del confine tra Ungheria e Serbia e voluta senza indugi dal primo ministro magiaro Viktor Orban, che si appresta intanto a presentare il suo piano per una Schengen 2.0, è forse diventata il simbolo più riconoscibile della “fortezza Europa”. Dal 15 settembre violarla – la barriera in quanto tale, non la frontiera – è considerato un reato penale. Si può essere condannati al carcere, da uno a cinque anni.

Circa duemila persone sono finora finite a processo. Il tribunale di Szeged, città del meridione magiaro, ha competenza territoriale su questi casi. Nelle sue aule sono già comparsi Fattoum Hassan, Fahdawi Ghazy e Aziz Mohamed. Sessantuno, trenta e cinquantatré anni. Tutti e tre siriani; tutti e tre transitati per la rotta Turchia-Grecia-Macedonia-Serbia; tutti e tre con gravi problemi fisici. Fattoum Hassan, originaria di Idlib, ha seri problemi alla vista a causa del diabete. Fahdawi Ghazy, di Damasco, è sulla sedia a rotelle. Lo scoppio di una bomba ha lesionato la sua spina dorsale, paralizzandogli le gambe. Aziz Mohamed viene da Aleppo e per camminare deve reggersi su un bastone. “I miei assistiti sono fuggiti dalla Siria per cercare un’assistenza medica che non potevano più avere nel loro paese”, spiega a Unita.tv l’avvocato Tamas Fazekas, che per conto dell’Helsinki Committee for Human Rights sta difendendo i tre siriani. A Fahdawi Ghazy e Aziz Mohamed, a dire il vero, viene contestata anche la nazionalità. “L’Ufficio per l’immigrazione e per la nazionalità (Bmbah) dice che sono iracheni”, riferisce Fazekas.

La magistratura ungherese accusa questi tre siriani di aver violato la barriera il 16 settembre, all’indomani dell’entrata in vigore della legge che introduce la possibilità del carcere. Ma com’è possibile che abbiano potuto farlo, con i problemi fisici che si ritrovano? “Quel giorno – così Fazekas ricostruisce gli eventi – c’è stata un’azione di protesta, effettivamente, di cui hanno dato conto molti media internazionali. La polizia ha risposto con i lacrimogeni e sparando acqua con i cannoni. I rifugiati intendevano aprire un varco, e ci sono riusciti. I miei clienti non erano tra queste persone, ma tra coloro che, successivamente all’apertura del varco, si sono disposte su due file e hanno cercato di entrare pacificamente in Ungheria. Non è stato possibile, perché è intervenuta la polizia in tenuta anti-sommossa, colpendo diversa gente. Nella confusione, Fahdawi Ghazy è caduto dalla sedia a rotelle e Aziz Mohamed ha perso il bastone. Entrambi sono stati calpestati dai rifugiati che cercavano di sfuggire all’attacco della polizia”. Sia loro che Fattoun Hassan sono stati arrestati al termine di questi eventi. Attualmente si trovano nel centro rifugiati di Kiskunhalas: “Un posto alienante, dove le condizioni non sono di certo ottimali, ma neanche inumane”.

Da mercoledì a venerdì ci saranno nuove udienze, e gli assistiti di Fazekas torneranno in aula. “Interrogheremo circa trenta poliziotti e guarderemo i filmati. Nel momento in cui la polizia ha lanciato lacrimogeni e azionato i cannoni ad acqua i miei clienti erano distanti dalla scena, quindi non hanno violato la barriera. E del resto né i lacrimogeni, né l’acqua li hanno colpiti”. Insomma, secondo Fazekas i tre siriani non hanno partecipato in alcun modo all’azione che ha portato all’apertura di un varco, e dunque alla violazione della barriera. Hanno solo cercato di entrare in Ungheria, e la legge non prevede che il solo superamento del confine sia un reato punibile con il carcere.

“Il problema è che l’accusa non si sta soffermando sui comportamenti individuali durante i fatti del 16 settembre”, ragiona Fazekas, aggiungendo, in merito all’esito del processo, che i suoi clienti hanno chiesto asilo in Ungheria e proprio per questo, almeno secondo la sua personale interpretazione della Convenzione di Ginevra sullo status dei rifugiati (che potrebbe discordare da quella dei giudici), non potrebbero essere puniti. “Ma bisogna essere preparati a tutto”. Finora, infatti, la quasi totalità dei casi è terminata con una sentenza di colpevolezza. Anche se i giudici di Szeged non hanno condannato nessuno al carcere, limitandosi a stabilire il divieto di ingresso in Ungheria e nell’area Schengen, per uno o due anni. Si evita la condanna dura, ma si dimostra fermezza. Una sorta di “trade off”, ha spiegato ad Al Jazeera Andras Kovats, direttore della Hungarian Association for Migrants.

Orban, fondamentalmente, è coerente. Così viene da dire. Aveva annunciato la costruzione del muro, e l’ha portata a termine. Aveva promesso legge e ordine, ed è ciò che sta accadendo, per quanto si possano nutrire dubbi sull’opportunità di trattare come un tema di ordine pubblico la questione dei rifugiati. Alcuni dei quali, malgrado il “muro”, stanno cercando ancora di passare il confine tra Serbia e Ungheria. Corazzare le frontiere non basta a fermare queste persone. E la stessa storia di Fattoum Hassan, Fahdawi Ghazy e Aziz Mohamed, dimostra in fin dei conti che quando c’è una guerra si è disposti a tutto: anche ad affrontare una lunga marcia in sedia a rotelle, aggrappandosi a un bastone o con la vista gravemente danneggiata.

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