Quel dialogo fra Eco l’ulivista e D’Alema il partitista

Politica
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L’intellettuale profetizzò: “Fra 50 anni l’Europa sarà un continente colorato”

Alla fine del 1997 la storica rivista fiorentina Il Ponte, fondata da Piero Calamandrei, pubblicò un dialogo fra Umberto Eco e Massimo D’Alema, che era il segretario del Pds, il partito più forte della coalizione che aveva vinto le elezioni dell’anno precedente e guidava il Paese con Romano Prodi.

Inutile qui rievocare il conflitto generale fra D’Alema e Prodi. Limitiamoci pittosto a segnalare il punto di frizione forse più acuto – perché “teorico” – che proprio nel momento del dialogo sul Ponte veniva fuori in modo dirompente e pubblico (c’era stato il famoso convegno ulivista di Gargonza dove D’Alema sparò a zero contro l’ulivismo come teoria e soprattutto contro la coalizione come “partito in nuce”). Il conflitto verteva sul rapporto fra società e politica, fra Ulivo e partito-Pds. Un problema talmente enorme che non si risolse mai compiutamente – ci volle il 2007 e la nascita del Pd veltroniano per aggiustare un po’ le cose, anche se sotto traccia la questione covò ancora.

Dunque, Eco – intervistatore sui generis – faceva un po’ la parte dell’ulivista, naturalmente con un respiro molto molto largo, mentre D’Alema faceva D’Alema – il primato dei partiti, della “professione del politico”, eccetera.

Il segretario del Pds ricordò una battuta di Benedetto Croce: “In tutti i paesi ‘normali’ esiste una classe politica che ha il compito del governare. Certo, proviene dalla società civile, ma nessuno contesta l’ idea che occuparsi del governo a tempo pieno sia una macchia, una vergogna, come invece avviene nella società italiana. Nessuno rimprovera a Kohl di essere un politico, anzi è considerata una grande virtù. C’ è una bellissima pagina di Benedetto Croce in cui si dice che nessuno andrebbe a operarsi da un droghiere dicendo: ‘Basta con i chirurghi di professione!‘”.

Eco vuole capire meglio, punta a chiarire al suo interlocutore che parlare di “partiti” è in fondo relativo, in un epoca di morte delle grandi ideologie e persino dei forti collanti valoriali. E a suo modo dice a D’Alema che i politici farebbero bene a relativizzare la nozione stessa dei partiti – e forse finanche della Politica tradizionale – perché fra non molto tutto sarà diverso, molto diverso.

E dice una cosa che – letta quasi 20 anni dopo – è strabiliante: “Io ho sempre sostenuto che entro cinquanta anni l’ Europa sarà un continente colorato. Ma allora sarà possibile che la metà degli iscritti al Pds siano musulmani, e che di questi altrettanti siano donne; che non sia più il partito a dire ciò che bisogna pensare circa l’ infibulazione, per esempio, ma che sia proprio questa base, che è diventata base di partito e che è però nello stesso tempo specchio di un rivolgimento incontrollabile della società, a determinare la dialettica tra il gruppo politico dirigente e quella che possiamo continuare a chiamare società civile ma che è contemporaneamente parte stessa del gruppo. Non c’ è dubbio che siamo di fronte a un fatto assolutamente nuovo”.

Ecco, in questo ridiscutere il senso della politica tradizionale, Umberto Eco esprime un aspetto importante del cultura ulivista. Forse era troppo in anticipo sui tempi, come è proprio dei grandi intellettuali che “vedono” le cose prima dei politici costretti al day by day: di certo, Umberto Eco è stato sempre un uomo di sinistra e mai un intellettuale organico, ed è un peccato che la sinistra e in generale la politica non abbiano mai trovato il modo di ascoltare meglio le cose che aveva da dire.

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