Quel Commesso viaggiatore con due personalità

Teatro
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Il capolavoro di Arthur Miller messo in scena da Elio de Capitani

A Roma, al Teatro Argentina, questo Miller firmato dal Teatro dell’Elfo è arrivato rodato, referenziato e pluripremiato. Morte di un commesso viaggiatore è un testo cardine della drammaturgia contemporanea, un classico, per inesauribilità di motivi che ritornano, più o meno camuffati, e arrivano fino a noi. Il conflitto generazionale variamente irrisolto, la ricerca della felicità a qualsiasi costo, le difficoltà di far quadrare bilanci che non tornano mai, le rate del mutuo che quando è estinto e la casa è tutta tua non ci abita più nessuno.

Insomma, la sceneggiata del sogno americano che solo americano non è e che prima o poi finisce sempre per infrangersi contro il muro della dura realtà.

E’ un tema ciclicamente declinato da Miller – recente la messa in scena de Il prezzo con la compagnia Umberto Orsini – e che qui diventa il conflitto ‘dentro la testa’ di un piccolo uomo che ha passato la vita a raccontarsela. Inside the head doveva infatti essere il titolo originario della commedia, poiché è lì, dentro la testa di un povero Cristo, che ha attecchito il sogno americano con le sue volgari lusinghe, menzogne, manie di grandezza.

La regia di Elio de Capitani percorre apertamente questa indicazione calcando di molto la mano e il risultato è una dialettica serrata tra realtà e sospensione, tra un qui e ora che non decolla e ricorrenti e allucinati flash back.

Lo spettacolo tutto si muove su questo doppio binario in una scena non bella ma funzionale firmata da Carlo Sala, che permette di creare luoghi neutri in cui è la mente, innanzitutto, che vive e rivive, ricorda, si catapulta indietro verso fantasmi del passato che prendono corpo.

Per Willy Loman commesso viaggiatore, la realtà sarà sempre ingrata e fonte di frustrazione, e i rapporti con gli individui, che si tratti di amici, datori di lavoro, moglie, figli, saranno sempre alterati e fuorvianti. Primo tra tutti quello con Biff, il figlio maggiore, su cui ha inutilmente demandato i suoi sogni di gloria, che diventa capro espiatorio del suo fallimento.

De Capitani sceglie di essere sopra le righe e tratteggia questo probabile depresso cronico come un bipolare a rapida ciclicità, e lo fa con un’energia degna di un trentenne palestrato che si agita, si strugge, si lascia dondolare su quell’attrezzo un po’ ginnico un po’ da parco giochi che simula il movimento della bilancia, come fosse alla ricerca di un equilibrio impossibile.

In campo ci sono attori legati da antica consuetudine, alcuni dei quali avevano preso parte a quell’affresco magnifico che fu The history boys di Alan Bennett, che sono Angelo Di Genio e Marco Bonadei, giovani ma solidi e maturi nel ruolo dei figli Biff e Happy, Federico Vanni, Gabriele Calindri, Alice Redini, Vincenzo Zampa, Daniele Marmi, Vanessa Kom.

Nei panni di Linda Loman un’ottima Cristina Crippa, moglie e madre sprovveduta e petulante, amorevolmente dedita a una causa persa, che confluirà nel finale con quel dolore compresso che le impedisce persino di piangere.

Le luci di Michele Ceglia servono bene la causa divenendo ora fredde e irreali ora più calde, sui toni dell’ocra, a raccontare di mal riposte fatiche quotidiane. Così il suono di Giuseppe Marzuoli, a tratti subliminale, che sottolinea l’inquietudine del passato che si riaffaccia, gli incubi, gli echi delle voci che si allontanano, i mostri interiori di cui si prova vergogna.

Non si può non ricordare la scena iniziale, con quel gruppo di famiglia pronto per una foto ricordo, e una lieve pattinatrice che li sfiora.

Lo spettacolo sarà in scena all’Argentina fino a domenica 20 dicembre, e in tournée fino a fine aprile.

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