Quel 17 febbraio ’77 a Roma piovigginava

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I ricordi di una giornata passata alla storia, il più grave errore del Pci di quegli anni

Quarant’anni. Sembra incredibile che sia passato tutto questo tempo a chi – come chi scrive – quel 17 febbraio 1977 c’era, all’Università di Roma.

All’inizio piovigginava. Cielo plumbeo, aria umida più che fredda. Il ricordo è in bianco e nero, come le fotografie d’epoca, come le immagini televisive di allora. Come d’altronde in bianco e nero è il paesaggio politico di quegli anni, nella memoria. Chiara era la giacca di Luciano Lama, che arrivò col servizio d’ordine della Cgil dopo le nove entrando dall’entrata principale, la pipa nera fra i denti; bianche le facoltà piacentiniane, il Rettorato, Legge a sinistra, Lettere di fronte, Matematica sulla destra; neri era e tuttora è il vialetto che porta a piazza della Minerva, neri i giubbotti e le felpe, nerastro il cielo; bianco e rosso invece era il camion che fungeva da palco, portato lì dalla solita cooperativa di Ostia che “serviva” il Pci e la Cgil; e infine rosso era il sangue sulla fronte di un compagno della mia sezione che veniva portato via a braccio sotto i miei occhi.

I fatti sono stati raccontati decine di volte. Qui il videoracconto di Rai Storia, invece qui il vivido racconto di un grande giornalista che purtroppo non è più fra noi da molti anni, Carlo Rivolta, di Repubblica.

Arrivammo all’Università dalla nostra scuola, la Fgci era mobilitata tutta. Il primissimo impatto fu con le grandi scritte con lo spray sul muro di piazzale delle Scienze (quello che oggi è piazzale Aldo Moro), “I lama stanno nel Tibet” – l’ironia cattiva a mezza strada fra Autonomia Operaia e Indiani metropolitani (l’ala creativa del Movimento). Il secondo ricordo è vedere all’entrata del vialetto un nervoso Walter Veltroni, allora segretario della Fgci di Roma: aveva una giacca blu – i dirigenti portavano le giacche – e parlava con un gruppo di figiciotti. Il terzo impatto è con le centinaia di autonomi che avevano preso possesso della parte centrale della Minerva dove avevano piazzato il famoso “carroccio” con un pupazzo di Lama – e sotto c’era un sacco di “materiale” per la pugna imminente; e con le decine e decine di “compagni nostri”, molti edili, gli operai di via Tiburtina, la vigilanza del Pci centrale e romana. Sembrava di essere ad una specie di Austerlitz popolare.

Il quarto impatto visivo è Lama che sbuca e sale sul camion-palco.luciano l C’erano i dirigenti sindacali di Roma, gente che aveva fatto le grandi lotte, Leo Canullo, Bruno Vettraino, il servizio d’ordine “centrale” di corso d’Italia. Il quinto impatto è con la folla che comincia a sbandare, subito, appena il segretario della Cgil comincia a parlare con quella voce profonda (“Noi siamo qui… Non potranno certo impedirci di parlare…”). Il sesto impatto è che qualcosa vola: palloncini con la vernice scagliati verso il palco, molti bastoni che sembrano birilli impazziti.

Il settimo impatto è anche l’ultimo. Scoppia la baraonda – “La manifestazione è sciolta”, urla Vettraino – ed è un massacro che poteva finire con i morti.

 

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Dove andare? Che fare? Proviamo ad entrare nella mischia ma è come un muro che si sgretola e si ricompatta e si sgretola di nuovo. Botte da orbi. Molti cadono per terra, e rischiano. In pochi minuti si è capito che la cosa è andata male, malissimo, che hanno vinto “loro”, e che i prossimi mesi saranno un casino. L’unica è andar via, nel vortice del fuggi fuggi, verso via De Lollis (che poi all’epoca chi la conosceva l’Università?): con un senso di vigliaccheria, e un odore di disfatta appiccicata all’eskimo verde. Chissà se ci sono dei morti, mai pensato di avere un pensiero così in testa, eppure.

Per anni e anni si è discusso se fu giusto o fu sbagliato organizzare quella manifestazione con il capo della Cgil. (Parentesi: oggi è difficile da immaginare ma all’epoca Luciano Lama era “il capo” dei lavoratori, dunque cacciare lui voleva dire cacciare la classe operaia, una cosa che solo il fascismo aveva fatto – ma questa volta era “da sinistra”).

E’ chiaro oggi che fu un errore. Lama forse non immaginava nemmeno quale fosse la situazione reale dell’Università di Roma. D’altra parte, una settimana prima – il 10 febbraio – la Fgci e i suoi alleati avevano dato vita ad un grande corteo degli studenti delle superiori: “In una settimana – mi ha ha detto una volta Veltroni – vedevamo nostri compagni che andavano dall’altra parte”. Proprio così. Compagni, amiche, che non ti salutavano più.

A dire il vero, la Fgci era molto perplessa, per non dire contraria, alla manifestazione con Lama. C’erano state diverse riunioni in Federazione (a via dei Frentani, dove oggi c’è il Centro Congressi), ma noi in fondo ne sapevamo poco. Sapevamo che la sezione Universitaria del Pci (il cui segretario era Asor Rosa) spingeva per una manifestazione Pci-Cgil, e sapevamo che i dirigenti della Fgci romana era contrari, timorosi – giustamente – di schiacciare tutti gli studenti universitari che protestavano sull’Autonomia Operaia. Cosa che dopo la “cacciata” di Lama puntualmente avvenne.

Da quel momento il Movimento del ’77 si gonfiò a dismisura. Era davvero un movimento di massa. Nelle scuole, dove la Fgci aveva resistito sino a quel momento, cominciarono a dilagare. Le Università italiane erano in mano loro. C’era molta gente con cui si poteva parlare, altri che sprizzavano odio da tutti i pori (ricambiati), c’erano i “vecchi” che avevano fatto il Sessantotto, c’erano molti “coatti”, c’erano altri che un certo giorno sparirono: dov’erano andati? Si seppe anni dopo che erano passati alla clandestinità, o che erano finiti dentro per terrorismo. Un Movimento che all’inizio aveva un che di “allegro”, come tutti i movimenti studenteschi, si tinse da allora di grigio, divenne tetro.

Quel giorno, all’Università, c’erano anche le pistole. Dopo si scoprì che c’era qualche appartenente alle Brigate Rosse, interessate a tutto ciò che potesse disarticolare la tenuta dello Stato e, in particolare, colpire il Partito comunista. Ma non era tutto terrorismo. Non capivamo bene cosa stesse succedendo. L’unica cosa chiara è che da quel 17 febbraio la situazione era un gran casino. E noi ci eravamo dentro.

 

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