Quei Sei personaggi di Gabriele Lavia sopra le righe

Teatro
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La pietra miliare di Pirandello messa in scena all’Eliseo non scontenta ma non entusiasma

Mettere in scena Sei personaggi in cerca d’autore è sempre una sfida. Pietra miliare della letteratura teatrale e manifesto del teatro nel teatro, questo dramma, che inscena il rapporto tra attore e personaggio e tra realtà e verità, è stato irrinunciabile banco di prova di grandi attori e registi.

E a parte la felice messinscena di Luca Ronconi con una compagnia di attori giovanissimi, nel 2012, chi oscilla sul mezzo secolo non può non ricordare le due edizioni dirette da Giuseppe Patroni Griffi con Giulio Bosetti, Marina Bonfigli e Lina Sastri e con Mariano Rigillo, Ilaria Occhini e Laura Marinoni e qualche anno dopo una molto più azzardata operazione firmata da Franco Zeffirelli con Enrico Maria Salerno, sempre rivoluzionario nella sua naturalezza, Regina Bianchi e Benedetta Buccellato nel ruolo della figliastra. Eppure non amai quella versione e ricordo con una certa insofferenza la riscrittura della prima scena in cui gli attori si accingono a provare Il gioco delle parti che tirava in ballo il living, l’happening e il teatro variamente sperimentale.

Già allora mi sembrò che non fosse il caso di infarcire Pirandello di note posticce anticipando la brutta piega che avrebbe preso molto teatro in questi ultimi anni.

E anche per questo ho apprezzato la scelta ligia di Gabriele Lavia che in questo allestimento, ora in scena al Teatro Eliseo di Roma fino al 24 gennaio, restituisce con voce fuori campo persino le didascalie autografe.

Ma lo spettacolo, che merita sicuramente di essere visto, non convince completamente.

La recitazione sopra le righe, spesso urlata (soprattutto quella del capocomico), alla lunga diventa stucchevole e le parole non sempre arrivano chiare.

Lavia nel ruolo del padre si concede qualche digressione gigionesca, ma lo fa da par suo e quindi lo si perdona lo stesso, a cominciare dalla tirata contro il suggeritore che gli esce dal profondo del cuore.

Lucia Lavia nel ruolo della figliastra mostra una buona maturità nel gestire il corpo spesso proteso, ma il personaggio risulta monolitico a causa del tono di voce sempre alterato.

Madama Pace invece, interpretata, da Marta Pizzigallo, è così grottesca che sovrasta il mistero della sua materializzazione e lo priva della pur impura drammaticità dell’attesa. Mentre la madre di Federica Di Martino ha forse nell’urlo muto il suo momento più forte.

Le scene d’insieme sono troppo d’insieme, nel senso che la compagnia di attori (intendo gli attori personaggi distinti dai sei) sembrano manovrati come marionette in un unico blocco secondo impersonali consegne coreografiche e collettive risate di contrappunto e il risultato, che ogni tanto sarebbe pure interessante, alla fine diventa prevedibile.

Ma sono sempre spettacoli molto curati dal punto di vista visivo, una tavolozza sui toni del tortora, grigio perla, avorio in ottemperante contrasto con il nero dei sei, le belle scene di Alessandro Camera e i meravigliosi costumi di Andrea Viotti che verrebbe voglia di portarseli a casa, almeno un cappellino e il vestito di morbidissimo velluto nero che Lucia Lavia indossa con bella disinvoltura, mostrando sotto lo spacco vertiginoso che appositamente disdice la gramaglia, una guepierre che avrà turbato il sonno di molti abbonati.

Anche le musiche di Giordano Corapi sono opportune, non invadenti e assecondano bene i momenti cruciali, optando spesso su suoni forse un po’ convenzionali come quello del tuono, ma ben calibrati.

Insomma da questi Sei personaggi non si esce scontenti ma nemmeno entusiasti. Certo eravamo ancora freschi del Galileo visto a Torino e che i romani e non solo meritano di vedere.

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