Quattro in corsa, sotto il Vesuvio esplode la sfiducia

Dal giornale
Ferragosto a Napoli, poche presenze e turisti a passeggio, 15 Agosto 2015. ANSA/ CESARE ABBATE

Nel capoluogo campano si contano solo i problemi irrisolti. La qualità della vita è peggiorata e i napoletani sono distanti dalla bagarre politica. Per tutti il nemico da battere è una disoccupazione oltre il 24%. Quella giovanile al 60%

Da questo mio breve viaggio dentro i problemi di Napoli traggo, lo dico subito, la sensazione di un disagio profondo, di una condizione drammatica generalizzata che però, contrariamente allo stereotipo di Napoli città-spettacolo, non si esprime nella forma della protesta popolare o della rivolta plebea. Non vedo cortei in giro per la città, a parte uno sparuto gruppo di studenti contro la riforma della scuola; non ci sono le solite barricate dei disoccupati davanti a Palazzo san Giacomo, non risuonano i tamburi da tammuriata che accompagnavano i cortei operai, né sfilano i giovani anticamorra. Anche il fatto che indubbiamente (e per fortuna) l’immondizia non si accumula più nelle strade, fornisce l’impressione di una quieta normalità. Di una città rassegnata a quello che l’economista Enrico Rebeggiani definisce «l’onda lunga di un ciclo di declino che non si è ancora invertito». E che significa deindustrializzazione, simboleggiata dalla vicenda Bagnoli, che il governo ha commissariato, sollevando le proteste del Sindaco e per il cui risanamento, un’odissea lunga quindici anni, ha stanziato 50 milioni di euro.

E ancora: crisi delle partecipazioni statali, del Porto. Eccole le cifre del declino: disoccupazione al 24,6%, disoccupazione giovanile attorno al 60%. I tassi di povertà, secondo la Svimez sono al 37,7% : ad essere spinti verso la soglia della povertà, come spiega la Caritas, sono sempre più gli italiani, che ormai rappresentano il 60% di coloro che si rivolgono alle sue sedi per avere aiuto. Per lo più si tratta di famiglie numerose. Con un altro risvolto indicato da Rebeggiani: «L’abbassamento del tasso di natalità che vedeva Napoli ai primi posti in Italia e ora invece tra gli ultimi». Problemi che Marco Rossi Doria conosce bene: candidato sindaco nel 2006, sottosegretario alla pubblica istruzione nel governo Monti, assessore alla scuola nell’ultima giunta di Ignazio Marino a Roma ma, soprattutto, maestro di strada, tornato a occuparsi dei ragazzi difficili sia nella scuola che con la sua associazione If (Imparare/Fare): «Mi pare che il problema sia l’aumento generalizzato della povertà» che si accompagna all’aumento del tasso di evasione scolastica, giunta al 22%. Secondo Save the Children, sono circa 130.000 i minori in condizioni di povertà assoluta in Campania.

A Scampia

Per capire meglio come stanno le cose, vado a Scampia, dove questi problemi sono maggiormente concentrati. Voglio capire come vedono le cose qui, luogo simbolo, con le sue Vele, di un degrado che rischia di sommergere tutto e tutti e di essere l’ennesimo stereotipo che rende tutto uguale. Non che il degrado non ci sia: lo vedi subito, anzitutto per quelle Vele che, a parte una, sono ancora lì, regno dello spaccio e della camorra. Solo che bisogna anche cercare i fiori che nascono in mezzo al degrado, come la palestra di Gianni Maddaloni, judoka, padre di Pino Maddaloni, campione del mondo di judo a Sidney, e di altri due campioni. Entro nella sua palestra nel cuore di Scampia, dove lotta ogni giorno per cercare di strappare i ragazzi alla strada e alla camorra : «Attraverso le regole dello sport, cerco di insegnare loro le regole della vita», mi dice attorniato da una quantità di campioni in erba. Ci sarà modo di tornare da Gianni e parlare dei suoi progetti, anzi del suo sogno: «Vorrei fare qui a Scampia la Cittadella dello Sport, per dimostrare che anche qui si possono cambiare le cose». Ma oggi serve sottolinearne il cruccio: «Al comune che ci vado a fare? Oggi è un piatto vuoto»

Speranze deluse

Le speranze che aveva sollevato il sindaco De Magistris sono andate in gran parte deluse, come dimostrano le numerose defezioni dalla sua giunta, a cominciare da quello che ne fu l’uomo di punta, Riccardo Realfonzo, economista formatosi alla scuola di Augusto Graziani, napoletano, uno dei più straordinari maestri dell’economia keynesiana. Quest’estate, in un’intervista sul Corriere del Mezzogiorno, allorchè De Magistris lanciò lo slogan di Napoli città «derenzizzata», il suo ex-vicesindaco fu tranchant: «E’ un clown», disse aggiungendo: «Occorrerebbe affrontare i problemi con serietà e competenza, chiedendo uno sforzo al meglio della società civile, lavorando per ottenere la collaborazione del governo nazionale e di quello regionale. Queste sparate non fanno che aggravare l’isolamento di Napoli». Aggiunge Marco Rossi Doria: «La città soffre di una gestione estremista. Manca una visione. L’ultima che abbiamo avuto è stata quella di Antonio Bassolino, che però ha fallito nel non aver costruito una classe dirigente che restasse dopo di lui». Il quadro, lo storico Paolo Macry lo tratteggia così: «Non siamo un popolo di anime morte, ma se oggi volessimo mettere insieme una squadra di cento persone per rifare Napoli non so se ce la faremmo. Chi è che si occupa di selezionare una nuova classe dirigente». E poi, c’è il problema che, dice Macry, dal comune non passa più nulla. E mi colpisce che la diagnosi del raffinato intellettuale coincida con quella del rude judoka di Scampia. Mi domando come mai tutti questi problemi non esplodano nella protesta più disperata e violenta. Mi soccorre ancora l’analisi di Rebeggiani: «La protesta aveva un senso quando essa poteva avere uno sblocco assicurato per lo più attraverso la manovra della spesa pubblica. Ora le risorse sono finite e più che la protesta vedo, per dirla con Hirschman, la defezione. Il disagio privo di sbocchi può diventare la base di massa per movimenti di estrema destra».

La politica

La sfida prossima ventura, dunque, sembra giocarsi anzitutto sulla riconquista all’idea che la politica serva a qualcosa. Dario Scalella è un imprenditore napoletano di successo. Luigi De Magistris lo nominò amministratore della Azienda del comune Napoli Servizi, che ha risanato essendone però subito dopo cacciato, per far posto, con grande sorpresa di tutta la città, a un politico di vecchio corso. Scalella è però, soprattutto, titolare della K4A, azienda produttrice di un elicottero leggero già venduto sul mercato cinese, che quest’estate ha ricevuto la visita del premier, Matteo Renzi. In molti vedevano in Scalella il candidato ideale “renziano” sia prima per la regione che ora per il comune. Ma lui smentisce, anche perché indiscrezioni molto fondate lo vedono in corsa per l’incarico di Presidente dell’Autorità Portuale: «Lo scriva chiaro e tondo, per favore: io non ci penso affatto a candidarmi. Ma non perché non ami la mia città. Tutt’altro. Penso che oggi bisogna fare squadra, costruire progetti, non scassare. E lo voglio fare dalla mia posizione di imprenditore. Immaginando, come hanno fatto a Barcellona, un’idea di ricostruzione della città a partire dal suo mare: il Porto, Nisida, Bagnoli. A chi si candida posso dire solo questo: vince non chi divide, ma chi condivide». Problemi con cui dovranno fare i conti tutti, a cominciare dai quattro principali schieramenti che si affronteranno alle prossime elezioni comunali: quello del sindaco uscente, il centro-destra, il centrosinistra e il Movimento Cinque Stelle. I quattro poli, secondo i dati delle ultime regionali, sono più o meno equivalenti. La corsa è cominciata.

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