Quanto c’è di vero nelle condizioni della minoranza dem. E cosa Renzi può accettare

Referendum
Pierluigi Bersani durante il convegno ''Innovazione e contrattazione. La proposta di CGIL,  CISL e UIL per un nuovo modello di relazioni industriali", Roma, 5 Febbraio  2016. ANSA/GIUSEPPE LAMI

Dal tono al merito: lo scontro nel Pd in cinque punti. Bersani torna a chiedere di modificare l’Italicum, ma Guerini risponde picche

Lo scontro sul referendum di ottobre continua a monopolizzare l’attenzione, all’interno del Pd e non solo. Gli affondi di Pier Luigi Bersani sono ormai diventati quotidiani, le polemiche tra i sostenitori del Sì e il variegato fronte del No travalicano ormai abbondantemente i contenuti della riforma che andrà al vaglio degli elettori, con buona pace di chi – da una parte e dall’altra – chiede di mantenere il confronto sul merito. E, soprattutto, a dispetto delle ben più vicine elezioni amministrative, nelle quali pure i Democratici si giocano partite importanti.

 

 

Le parole di Bersani e quelle di altri esponenti della sinistra Pd mettono in fila una serie di condizioni per provare a schierare l’intero gruppo dirigente del partito a favore del referendum. Lo stesso ex segretario, d’altra parte, ha già affermato il proprio orientamento verso il Sì, facendolo seguire però da una serie di “se” e di “ma” che lasciano la partita totalmente aperta. Tanto che a oggi sono in pochi nella stessa minoranza quelli pronti a scommettere sull’una o sull’altra opzione: “Tutto è possibile”.

Come sempre in questi casi, è evidente che alcune delle condizioni poste sono reali, mentre altre puntano a segnare delle posizioni politiche, a marcare le distanze, a parlare ai residui militanti più affezionati alla precedente gestione della ‘ditta’. Proviamo allora a mettere in fila le richieste rivolte a Renzi, con tanto di senso politico e della probabile accoglienza che possono ricevere dai vertici del Pd.

1) “Il Sì abbandoni i toni aggressivi e divisivi”
Un dirigente della minoranza, lontano dai microfoni, spiega il concetto con parole più esplicite di quelle scritte da Bersani su Facebook: “Non è possibile che Renzi continui a prenderci a calci per settimane, per poi cambiare atteggiamento all’ultimo minuto e chiedere moratorie e spirito unitario”. Tuttavia, la minoranza proprio dallo scontro con il segretario ottiene una visibilità mediatica e un posizionamento politico che farebbe fatica a guadagnarsi altrimenti. Non a caso, proprio quando Renzi sembra voler abbandonare il terreno della personalizzazione e dello scontro diretto con il fronte del No per concentrare la campagna più sui contenuti della riforma, è da queste parti che invece le polemiche iniziano a fioccare. Se la corda si allenta da un lato, insomma, c’è sempre qualcuno pronto a tirarla dall’altro. Non si capisce se e chi vorrà spezzarla e se sarà il referendum a fornire l’occasione.

2) “Il Sì si rivolga al No cogliendo almeno alcune delle preoccupazioni non infondate che il No esprime”
Si tratta, insomma, di riconoscere la legittimità delle posizioni contrarie alla riforma, anche tra gli elettori dem. È una preoccupazione che travalica i confini della minoranza, tanto che anche Matteo Orfini intervistato ieri dall’Huffington Post evidenziava il rischio di un effetto negativo sulle amministrative da parte di uno scontro che niente ha a che vedere con i comuni e ben poco con il merito delle modifiche alla Costituzione. Da questo punto di vista, a fare scuola potrebbe essere la posizione espressa dai vertici dell’Anpi, secondo i quali gli iscritti all’associazione possono anche votare in senso contrario a quanto deciso ma non fare campagna attiva né aderire ai comitati per il Sì. Una decisione che vincolerebbe soprattutto i dirigenti più in vista, piuttosto che i militanti. Renzi, tuttavia, potrebbe anche lasciare assoluta libertà. Se proprio il referendum dev’essere un congresso, insomma, lo sia fino in fondo.

3) Le modifiche all’Italicum: no ai capilista bloccati
Al di là dei toni del dibattito, ci sono le proposte di merito. E il primo cavallo di battaglia della minoranza è l’Italicum, considerato – di concerto con la riforma costituzionale – un’inaccettabile torsione in senso presidenzialista di quella che formalmente rimane invece una Repubblica parlamentare. Bersani chiede di cambiare totalmente l’impianto della riforma elettorale, passando dal doppio turno nazionale a un doppio turno di collegio, schema già bocciato all’inizio della discussione (ormai oltre due anni fa), quando si verificò l’assenza di una maggioranza parlamentare a esso favorevole. E la composizione di Camera e Senato, nel frattempo, non è cambiata.

L’ex segretario, tuttavia, precisa di non avere “pretese”. In subordine, quindi, potrebbe esserci una battaglia più realistica, ossia quella per eliminare i capilista bloccati ed eleggere tutti i prossimi deputati con le preferenze. Un sistema sul quale le perplessità, però, sono radicate nella storia del centrosinistra (anche lo stesso Bersani le contestò a suo tempo) e rimangono ancora oggi. Cuperlo, ad esempio, ammette di non voler condurre uno scontro in tal senso, preferendo orientarsi in altre direzioni.

4) Le modifiche all’Italicum: il premio di maggioranza alla coalizione
Pur essendo più difficile da far passare come un tema ‘popolare’, è questo il vero obiettivo che compatta tutta la minoranza. Assegnare il premio di maggioranza a una coalizione, anziché alla sola lista vincitrice, allontanerebbe il rischio che tormenta più di ogni altro la sinistra dem. Dando per scontato che il peso parlamentare di questa componente nella prossima legislatura sarà meno consistente rispetto a oggi, il sospetto è che Renzi possa sostituire fin troppo facilmente i (pochi) voti in aula della minoranza con quelli di altre liste, che si alleerebbero alla Camera con il Pd all’indomani del voto per rafforzare la maggioranza di governo. Anche solo agitare questo spettro ridurrebbe notevolmente l’agibilità politica della sinistra dem, che non potrebbe più minacciare di portare le proprie battaglie direttamente in parlamento, votando diversamente dalle decisioni del partito.

La risposta giunta ancora oggi da Lorenzo Guerini, però, non sembra lasciare spazio ad aperture in tal senso: “La discussione su un cambiamento della legge elettorale non è all’ordine del giorno – ha spiegato il vicesegretario dem -. Il parlamento ha appena approvato una legge elettorale che mi pare sappia coniugare l’esigenza della rappresentanza con quella della governabilità e consente ai cittadini di decidere non solo da chi essere rappresentanti ma anche da chi essere governati e favorisce la stabilità dei governi”.

5) “I gruppi parlamentari Pd presentino un progetto di legge per l’elezione diretta dei senatori”
È stata una delle ultime e più travagliate modifiche introdotte all’interno del testo di riforma costituzionale. La possibilità che a scegliere i prossimi senatori siano direttamente gli elettori, anziché i consiglieri regionali, rimane però subordinata a una legge che le due Camere dovranno approvare – secondo la riforma – “entro sei mesi dalla data di svolgimento delle elezioni della Camera dei deputati”, ma che la minoranza chiede di anticipare. Essa sarebbe tuttavia applicata solo nei prossimi anni, man mano che le regioni rinnoveranno i rispettivi consigli, mentre la nomina del primo Senato spetterebbe comunque ai consiglieri regionali attualmente in carica. Difficile dire oggi quindi chi potrebbe avvantaggiarsi politicamente da un’elezione indiretta, che – come spiegano i sostenitori di questa ipotesi – appare più coerente con un Senato che non vota la fiducia al governo e ha una funzione di rappresentanza delle istituzioni territoriali.

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