Quante volte è stato usato il jolly dell’astensione

Referendum
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L’«andate al mare» di Craxi fu un boomerang, il “Non” dei Ds sull’art. 18 andò a segno. Ma sul Porcellum Rodotà scelse il non voto, come Travaglio…

Negli ultimi venticinque anni l’invito a non votare un referendum è stato spesso un boomerang per chi lo ha lanciato, ma non sono poche le contraddizioni anche in chi ora contesta l’appello renziano all’astensione. Fu infatti il memorabile «andate al mare» suggerito da Bettino Craxi nel 1991 per boicottare il referendum sulla preferenza plurima alla Camera a spingere tanta gente a restare in città il 9 giugno nonostante il sole, per correre alle urne. Il leader del Psi ne disse di tutti i colori contro il voto chiesto da Mario Segni: costoso ma anche «incostituzionalissimo», «antidemocratico», «inquinante», «una truffa», «un caso di ubriachezza politica molesta», ricorda Filippo Ceccarelli su Repubblica. Si provocò un effetto paradosso: votò il 62,5% degli aventi diritto, 27 milioni di italiani. Vinse il Sì ben oltre la maggioranza e fu il prologo del crollo del potere craxiano.

Prima ancora, per la consultazione sul divorzio del 12 maggio 1974, nel mezzo di una campagna durissima tra i Sì della Dc fanfaniana e i No progressisti, un gruppo di giuristi cattolici, fra i quali Pietro Scoppola, propose l’astensione per non far abrogare il divorzio in Italia ma anche per cambiare la legge Fortuna-Baslini. Furono ignorati, i No vinsero col 60% circa, il divorzio rimase e iniziò una stagione di diritti sociali e aperture culturali.

Nel 2003, già avviata zoppicando la Seconda Repubblica, furono i Democratici di Sinistra a scegliere la campagna «Non», «Astenersi è un diritto. Parola dei Ds» per disinnescare il referendum sull’articolo 18. Promosso da Rifondazione e sostenuto dalla Cgil, prevedeva di estendere a tutti i lavoratori il diritto al reintegro. Giuliano Amato si augurò che «i Ds almeno dicano di non andare a votare». Il presidente della Quercia allora era Massimo D’Alema, segretario Piero Fassino, che, coerentemente con l’oggi, sosteneva su l’Unità che «se un referendum è sbagliato, bisogna ridurne i danni, far mancare il quorum». Ma ad essere sotto scacco adesso è la minoranza dem che critica Renzi. Molti osservatori fanno le pulci a Bersani e Cuperlo, Speranza, Gotor e Stumpo, che nel 2003 erano allineati col partito (erano il partito) e quindi a favore del «Non». Bersani, sempre su l’Unità, la riteneva «una scelta largamente consapevole» perché il referendum era «percepito come non utile» e conteneva «una domanda mal posta e semplificata che la gran parte dei cittadini ha consapevolmente rifiutato». Per l’astensione si schierarono i Ds, la Margherita, Fi, An, Lega, Udc e poi la Confindustria, la Cisl e la Uil.

Il gran successo del Non voto lo ebbero nel 2005 la Chiesa di Papa Ratzinger, il cardinal Ruini, i telebani cattolici come Giovanardi e Eugenia Roccella, gran parte del centrodestra, ciellini e focolarini (ma anche i cattodem ante litteram): una crociata astensionista contro il referendum per l’abrogazione della legge 40 sulla fecondazione assistita, capeggiati dal cardinale allora nel pieno del potere che disse di aver fatto «il mio dovere di vescovo, di cristiano, di cittadino». Il 12 giugno sedici milioni di italiani per difendere i diritti dell’embrione andarono a Messa, anziché al mare, e solo la metà andò alle urne. Il record dell’astensione al 74,1% fu benedetto il giorno dopo dall’Avvenire.

Ma le contraddizioni emerse oggi riguardano il fronte dei costituzionalisti di Libertà e Giustizia per il referendum del 21 giugno 2009 sulla legge elettorale (promosso da Mario Segni e Giovanni Guzzetta). L’associazione che difende la Costituzione spiegava che «per il referendum il diritto di voto comprende il diritto di astenersi», quindi, fra le decisioni, c’è anche quella «di non accettare di rispondere, astenendosi, anche mediante il rifiuto della scheda». Per Stefano Rodotà il rischio di «un sistema elettorale incompatibile con la Costituzione» era troppo forte, quindi l’astensione era uno strumento obbligato, in quel caso. Più eclatante, guardato oggi, fu «L’invito all’astensione» da parte di Marco Travaglio, convinto dallo scenario descritto da Zagrebelski: «Nel caso si raggiungesse il quorum, o vince il No e ci teniamo il Porcellum, oppure vincono i Sì e avremo un Porcellum al quadrato», quindi secondo il giurista le due leggi facevano «schifo» entrambe, «per questo sono convinto che sia meglio non andare a votare».

Il 12 e 13 giugno 2011 Berlusconi cercò di far saltare i referendum del 12 giugno 2011 sull’acqua pubblica, contro il nucleare e il legittimo impedimento. Il boicottaggio dell’allora premier (aiutato dal forzista Paolo Romani che, da ministro dello Sviluppo, tentò una legge capestro sul nucleare per tagliare la strada al voto popolare), ebbe l’effetto contrario: passarono tutti i quesiti con oltre il 54,5%. L’ex Cavaliere annunciò: «Non penso che andrò a votare, è un diritto dei cittadini decidere se votare o meno per il referendum». Bersani da segretario Pd replicò: «Non vota? Lo faranno gli italiani». Lo hanno fatto.

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