Quando sulla guerra disse no a Berlusconi e Bush

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L’ex presidente è morto all’età di 95 anni. Dalla Resistenza alla Banca d’Italia, dall’Euro a Palazzo Chigi e poi al Quirinale, l’impegno perché gli italiani si riconoscesseo in una storia comune

Governatore della Banca d’Italia proiettato dalla crisi del sistema politico alla guida di un governo tecnico, ministro del Tesoro chiamato a fare da garante all’ingress o dell’Italia nell’euro, capo dello stato impegnato nel difendere e nel trasmettere agli italiani il valore e il significato dell’unità nazionale: Carlo Azeglio Ciampi, oggi, è ricordato anzitutto come l’impeccabile civil servant che ha messo il suo prestigio e le sue relazioni internazionali al servizio dell’Italia nei momenti più difficili.

Un ruolo che in un sistema democratico presenta inevitabilmente anche il rovescio della medaglia, di cui le misere polemiche di queste ore conservano l’eco: il tecnico di alto profilo può divenire in un attimo l’algido tecnocrate, il suo prestigio e i suoi rapporti internazionali l’ombra di un potere occulto, oligarchico e occhiuto.

Anche per questo è forse utile ricordare come Ciampi sia stato anche il presidente della Repubblica che di fronte alla guerra in Iraq, in difesa dell’articolo 11 della Costituzione e dell’autonomia della politica estera nazionale, non ha esitato a contrapporsi con durezza all’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e allo stesso George W. Bush.

La vicenda è ampiamente descritta in un libro uscito pochi anni fa,Contro scettici e disfattisti (Laterza), in cui lo storico Umberto Gentiloni Silveri ha ricostruito «gli anni di Ciampi», dal 1992 al 2006, potendo consultare agende e diari del presidente, integrati da conversazioni dirette con lui.

L’inizio di quella fase difficilissima viene rievocato da Ciampi con parole pesanti: «Le Torri Gemelle, me ne sono reso conto con il passare del tempo, rappresentano un punto di svolta anche per la tenuta del quadro istituzionale italiano.

La guerra irachena ne è la manifestazione più chiara ed evidente. Quando Berlusconi torna dal suo viaggio in America del 2001 capisco, perché mi arrivano diversi segnali, che è successo qualcosa, che ci sono indirizzi e scelte precise da compiere in poco tempo. Vengo estromesso da tutto, non ho neanche le informazioni basilari, resto ai margini di una trasformazione che diverrà importante, forse decisiva per la nostra comunità nazionale». E ancora: «Si trattava di una rottura vera e sul momento non me ne resi conto. (…) Mi costa dirlo, ma questa è la mentalità che rischia di prevalere: le istituzioni non contano, la Costituzione diventa da stella polare un intralcio che rallenta il corso delle cose».

Si arriva così, in un clima di crescente tensione, ai giorni dell’intervento americano in Iraq. È il marzo 2003. «Solo in quel momento decido di puntare i piedi rischiando di far scivolare il tutto in una crisi istituzionale senza precedenti». Ciampi è infatti deciso a scommettere «sulla cornice Onu e sull’intesa tra i paesi europei». Sul secondo punto viene rassicurato dal ministro degli Esteri, Franco Frattini, che parla di accordo raggiunto tra i ministri europei. «Quando mi accorsi che invece sostanzialmente l’Italia aveva aderito senza remore alla politica statunitense, cercai una via d’uscita, chiedendo un confronto nel Consiglio supremo di difesa». Tutto questo mentre arrivano le varie richieste americane: «Facilities , basi, transito sullo spazio aereo, impegno di uomini e mezzi a terra». Ciampi non molla. Prepara una bozza di comunicato finale del Consiglio supremo di difesa e un messaggio per il Parlamento, nel caso in cui non si fosse trovato l’accordo.

«Ero determinato a proporre la formula di “paese non belligerante”. (…) Eravamo pronti a contribuire con personale per motivi di ricostruzione, compresi i militari necessari per difendere i nostri reparti, ma non per operazioni militari. Il mio testo fu approvato, con piccole modifiche. Tuttavia, non venni messo a conoscenza degli impegni che nel frattempo aveva assunto il presidente del Consiglio».

È qui che lo scontro sfiora i limiti della crisi istituzionale. «L’Italia venne inserita dagli americani tra i paesi che sarebbero intervenuti con mezzi in assetto di guerra. Mi opposi apertamente anche con il ministro della Difesa, riuscii a bloccare l’invio di truppe, o il passaggio dalle nostre basi di contingenti dell’Alleanza. Furono momenti durissimi, di scontro frontale. Mi resi conto, con il passare del tempo, che in Usa grazie alla diplomazia personale di Berlusconi era stata già venduta e presentata un’altra posizione. Non ne sapevo nulla e anche per questo mi sentii in dovere di far rispettare il nostro ordinamento».

Uno sforzo fortunatamente coronato da successo, in difesa del tradizionale equilibrio della politica estera italiana, della Costituzione e anche dell’equilibrio tra i poteri.

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