Quando il troppo stroppia. La crisi dei talk show

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Le ragioni della crisi del talk show sono le stesse che lo tengono in vita: ce n’è bisogno per “fare palinsesto” con quattro soldi.

Scendono le temperature, suona la campanella della “buona scuola” e ri-eccoli: i talk show politici, che ri-occupano pluralisticamente le prime serate, con quelli della “destra italiana” che si danno le arie di saperne meno di noi (Del Debbio e Paragone), quelli del liberalismo di carta (Porro) che non si sa se ci fanno o ci credono e gli altri (diciamo la Sinistra) che non si turbano al mostrarsi persuasi di saperne assai di più del loro pubblico (Giannini, Floris, Formigli). Fra tutti e sei cumulano quindici ore di trasmissione nel cuore della prima serata. Noi in Italia ci abbiamo fatto il callo, ma se si va a controllare quante ore di talk show politico sono presenti questa settimana sui canali generalisti del Regno Unito si riscontra che la cifra è zero. E lo stesso vale, basta spulciare il web, per le tv delle maggiori democrazie mondiali.

Tutto perché lì la politica oltre che vivere di telegiornali si affaccia talvolta nei programmi di intrattenimento (Obama da Letterman), mentre da noi la politica è stata scritturata dall’intrattenimento. A questo esito ha condotto l’incrociarsi di due fattori: l’esibizionismo intrinseco alla politica di massa e la peculiare struttura del Duopolio nostrano, espanso su un numero inusitato di canali generalisti. Altrove, vedere per credere, i canali generalisti non hanno mai superato il numero di tre o quattro. Da noi invece il  Duopolio si è garantito contro eventuali concorrenti anche e innanzitutto colonizzando fin dagli anni ’80 sei grandi canali e i corrispondenti tasti del telecomando (toccando agli altri, a parte il sussulto mentaniano di La7, la parte dei fantasmi).

Con così tanti spazi da riempire, e dovendo garantire tanto i profitti (di Mediaset) e le servitù istituzionali (della Rai, col profluvio delle Testate) il Duopolio ha giocoforza imboccato la via della “televisione povera”. Che vuol dire da un lato “riprodurre la tv degli altri” attraverso l’acquisto dei Dallas, dei Beautiful e delle telenovelas, comprati bell’è pronti e pagando enormemente meno del costo per produrli.  L’altro espediente è stato quello di dilatare la durata dei programmi da studio al di là di ogni sensatezza narrativa. Così i varietà che altrove durano un’oretta da noi si spingono oltre la mezzanotte. E poi  è esploso il “talk show politico”.

Nei prototipi del genere c’era il sapore della novità (possiamo testimoniarlo perché all’epoca eravamo nella Terza Rete di Ferrara, Santoro e Lerner). Poi è subentrata la maniera, il dibattito si è fatto pollaio, il reporter d’assalto è diventato la caricatura di Chiambretti e Ruotolo (un paio di sere fa ci è toccato vedere uno che “incalzava” Renzi –perché l’aereo di Stato anziché Ryan Air?- con la ormai scontata tecnica di bofonchiare nel microfono, a esclusivo uso del pubblico televisivo).

È vero, ci sono stati anche i servizi che Formigli per primo ci portò dalle terre della guerra contro l’ISIS. Ma, come pesci fuor d’acqua, non ebbero l’audience che meritavano, perché  la convenzione d’ascolto alla base degli interminabili talk non è la “rivelazione”, ma la “inquisizione”, secondo la struttura del processo penale, la più efficace che ci sia, visto che da tempo la si adotta per spedire la gente al patibolo.

Se questa è la macchina narrativa, l’Inquisizione, è inevitabile che lì dentro tutti si affannino a proclamare la innocenza propria non meno della colpevolezza altrui. E tutto ciò che non rientra nella struttura-matrice (come i do di petto degli intellettuali da Giannini o l’editoriale di Crozza per Floris) non sventa l’arrivo, inevitabile dei chicchirichì di galli e galletti.

Insomma, le ragioni della crisi del genere (e cioè che il troppo stroppia) sono le stesse che lo tengono in vita: ce n’è bisogno per “fare palinsesto” con quattro soldi. E quindi avrà un bell’affannarsi la Commissione di Vigilanza a invocare chissà che cosa, prendendosela a turno con questo o con quello. Se si vuole una tv, anche politica, diversa, serve un sistema strutturalmente diverso, una tv “generalista” meno estesa e dispersa.

“Vaste programme”, direbbe De Gaulle, che tornerebbe subito pragmaticamente a prendersela col primo conduttore sotto mano.  E di De Gaulle siamo pieni.

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