Quale legge nel post-Italicum? Ecco le sei ricette di casa Pd

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Dopo che Renzi ha aperto all’ipotesi di cambiare il sistema elettorale, parte il confronto tra le componenti dem. I nodi della discussione: premio e doppio turno

Se la galassia della sinistra dem è articolata in numerosi satelliti, spinti più o meno da una forza centrifuga che li allontana dal Pianeta Renzi, altrettanto varie sono le sfumature che distinguono le proposte di legge elettorale. In comune hanno la convinzione che l’Italicum così com’è non funzioni e non sia abbastanza rappresentativo dell’elettorato. A decidere la sorte della legge elettorale saranno due fattori chiave: l’esito del referendum (nel caso di vittoria del No resterebbe l’attuale Senato), e la sentenza della Corte Costituzionale che dovrebbe però arrivare dopo il 4 dicembre.

Delle idee in campo per i 630 deputati, almeno tre bocciano il ballottaggio, prevedendo un turno unico. Altro nodo è il premio di maggioranza, molti ritengono che quello previsto dall’Italicum (340 seggi su 630 alla lista che supera il 40% al primo turno, se nessuno ci arriva si va al ballottaggio e chi vince ottiene comunque i 340 deputati; gli altri partiti si spartiscono i restanti 290 seggi in modo proporzionale ai voti). Per Renzi e il vertice Pd l’Italicum andrebbe bene così, potrebbe essere migliorato ma senza toccarne i “pilastri”: il premio di maggioranza e il ballottaggio.

Fra le leggi elettorali alternative, la più nota è il cosiddetto “Bersanellum”, sostenuto dalla componente che fa capo a Pier Luigi Bersani e Roberto Speranza, da sempre contrari a questa legge elettorale. «Ancora ieri Renzi ha detto che l’Italicum è “perfetta”, io non vedo aperture e se non cambia nulla ho detto che voterò No al referendum», ribadisce Speranza.

Il Bersanellum
Il nome più tecnico è “Mattarellum 2.0”. Una proposta di legge è stata depositata al Senato, primi firmatari i senatori del Pd Fornaro, Pegorer, Gotor, Migliavacca. Torna ai collegi uninominali per «consentire un miglior rapporto tra eletto e elettore», spiegano i sostenitori. Prevede che 475 deputati siano eletti in altrettanti collegi uninominali a turno unico, i candidati scelti con le primarie nei collegi. 12 deputati sono eletti all’estero col proporzionale. Dei restanti 143 seggi 90 vanno, come premio di maggioranza (circa il 14%) alla lista o alla coalizione che ottiene il maggior numero di voti (al massimo 350 seggi); 30 vanno alla seconda lista, per «aiutare la seconda forza di opposizione»; 23 deputati alle liste che superano il 2% (un diritto di tribuna) e hanno meno di 20 eletti nei collegi. C’è poi una clausola di genere, al massimo 60% candidati uomini o donne.

Cuperlo, no al ballottaggio
Gianni Cuperlo, leader della componente Sinistra Dem, è contrario al ballottaggio (se non c’è un vincitore certo si cerca una maggioranza in Parlamento, nell’ambito del centrosinistra, è l’idea) e a un premio di maggioranza che giudica «abnorme». L’esponente dem pensa a un “Mattarellum corretto” ma (anche nella lettera a Renzi su l’Unità) ha posto tre «pilastri»: un principio di rappresentatività, collegi uninominali e un premio di maggioranza come incentivo alla governabilità, senza alterare l’equilibrio con la rappresentanza». Su queste base Cuperlo si aspetta da Renzi una proposta in Parlamento, risposta che condizionerà il suo voto al referendum.

Il sistema “greco” di Orfini
I “Giovani turchi” propongono un sistema alla “greca” corretto, senza ballottaggio. È l’area che fa capo al presidente del partito Matteo Orfini e al Guardasigilli Andrea Orlando, quindi nella maggioranza dem. Il sistema elettorale greco (ultimamente modificato), prevede un turno unico con il premio di maggioranza di circa il 15% alla lista che ottiene più voti; gli altri seggi ripartiti con il proporzionale e uno sbarramento al 3%. Secondo Orfini basterebbe cambiare tre cose all’Italicum e così si potrebbe «garantire la governabilità, perché il primo partito deve andare almeno oltre il 20%». Per dire: se ottiene il 36% con il premio arriva al 51% e può governare, altrimenti, con il 30% dalle urne, arriva al 45% dei seggi e deve completare la sua maggioranza in Parlamento.

Il Provincellum senza Province
Fra chi l’Italicum lo ha sempre sostenuto, anzi ha contribuito a scriverlo, c’è il deputato Pd Davide Parrini, che suggerisce il “Provincellum” (e teme che, soprattutto col Mattarellum 2.0, ci sia «il rischio di dover fare larghe intese, di creare un governo con forze avversarie»). Dell’Italicum manterrebbe il ballottaggio e il premio che dà alla lista vincente il 55% dei seggi (il premio sarebbe al 15% al primo turno e del 5% al secondo). Ma cambierebbe il «sistema di selezione degli eletti», non più i mega collegi dell’Italicum, ma quelli più piccoli che riportano al sistema di voto delle Province che furono: quindi 618 collegi sul territorio (quanti i 618 deputati, più i 12 eletti all’estero), con 100mila abitanti anziché i 600mila previsti dall’Italicum. Ogni lista presenta un candidato per collegio, vietate le “multicadidature”da Milano a Catanzaro, eliminando, spiega Parrini «il mix fra capilista bloccati e preferenze».

Il premio di Franceschini
Fra i dem della maggioranza di governo c’è Dario Franceschini, ministro della Cultura, che vuol mantenere l’Italicum ma con il premio di maggioranza alla coalizione e non alla lista o al singolo partito (è anche la richiesta di altri, come l’Ncd di Alfano). Il deputato Pd Giuseppe Lauricella ha aperto la strada delle modifiche, e già nel 2015 presentò una proposta di legge per abolire il ballottaggio dall’Italicum (e fece infuriare i 5 stelle), tendendo a una distribuzione proporzionale se nessuna lista ottiene il 40%. C’è invece chi il ballottaggio lo vuole più ampio, a tre. È il sottosegretario alle Riforme, Luciano Pizzetti, Pd dell’area “Sinistra per il cambiamento” che fa capo al ministro dell’Agricoltura Martina. Propone, ricalcando il sistema elettorale francese, una sfida triangolare fra le liste che arrivano al 15-20%.

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