Quale democrazia: la posta in gioco anche per i cattolici

Referendum
A polling station for a referendum on the duration of offshore drilling concessions in territorial waters, in Rome, Italy, 17 April 2016.
ANSA/MASSIMO PERCOSSI

C’è un’idea forte fondata sul primato della società civile e sull’idea che lo scettro deve tornare ai cittadini

I cattolici voteranno sì o no al Referendum? Una domanda veramente mal posta. Non solo perché, come è evidente, non ci sarà nessuna indicazione della gerarchia, e i cattolici, esattamente come tutti i cittadini, sono presenti e attivi in entrambi gli schieramenti.

Certo ci sono state prese di posizioni per il no, da parte dei due fronti più estremi. Lo diciamo schematicamente. Quello della sinistra appartenente all’antico “dissenso cattolico”, poi confluita genericamente in un fronte massimalista. E quello di destra, espressosi recentemente nel Family day e che raggruppa settori, e ambienti del fronte contro papa Francesco, aggressivi e decisamente integralisti.

Due anime che, senza spirito di parte, non esprimono il sentire maggioritario della comunità cattolica italiana. Ma è interessante analizzare questa convergenza. Che cosa accomuna infatti questi fronti che un tempo avremmo chiamato opposti estremismi? Sono entrambi ancora legati a un senso identitario, in alcuni casi decisamente integralista del rapporto fede-politica. Ma sarebbe sbagliatissimo, e un ennesimo passo indietro, contrapporre i due schieramenti in nome di un’identità confe ssionale. La via maestra, al contrario è come sempre quella della laicità.

E allora leggiamo la rivista dei gesuiti “La Civiltà cattolica”, che, già nel maggio scorso, si è espressa per le ragioni del sì . “ La Civiltà cattolica”, non proprio un bollettino minoritario, ma luogo prestigioso di elaborazione e riflessione del rapporto tra fede e mondo e i cui articoli devono essere sempre sottoposti all’imprimatur della Segreteria di Stato. O pensiamo a realtà sociali di grande tradizione e radicamento come le Acli, già protagoniste della vivace stagione referendaria che segnò una svolta riformatrice in campo istituzionale del nostro paese. U n’organizzazione, quella delle Acli, che con i suoi 500 mila iscritti oggi si schiera ufficialmente per il sì.

La posta in gioco anche per i cattolici, lo ha detto bene Arturo Parisi recentemente, è quella di una visione della democrazia, un’idea forte fondata sul primato della società civile e sull’idea che lo scettro deve ancora compiutamente tornare nelle mani del principe e cioè dei cittadini. Una visione che è all’origine, e nel cuore stesso, della migliore tradizione del cattolicesimo politico italiano ed europeo del Novecento, del quale questa Riforma costituzionale non solo non è un tradimento ma è il migliore inveramento: e nel cui solco si iscrive, in piena continuità.

Perché, per quanto sempre perfettibile, si ispira al primato della società sul sistema politico, in nome di corpi intermedi forti e qui riconosciuti : le persone e le famiglie, le associazioni e il volontariato, il tessuto delle imprese e il sindacato, le istituzioni locali. Perché è contro lo statalismo e la partitocrazia in nome della società civile rivitalizzata. Perché vede questa politica come servizio. Perché questa cultura politica si fonda sulla piena e raggiunta laicità ed è quindi rivolta a tutti «i liberi e i forti». Fuori dalle ideologie. E che vede garantita la maggiore partecipazione in un di più e non in un meno di decisione.

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