“Qualcuno vuole incendiare”. Le 48 ore più lunghe del Csm

Politica e Giustizia
Il vicepresidente del Csm Giovanni Legnini durante la presentazione della Relazione annuale sulle attività svolte dal procuratore nazionale antimafia e dalla Direzione nazionale antimafia nella biblioteca del Senato. Roma, 2 marzo 2016. ANSA/GIUSEPPE LAMI

Colloquio con il vicepresidente del Csm: “È in atto uno nuovo scontro tra toghe e politica”. Chi lo arma?

Il caso Fanfani mercoledì sera. Il caso Morosini ieri mattina. Due consiglieri del plenum, il primo laico, il secondo togato, che diventano in due giorni casi politici. Altro che scontro politica-magistratura. Sono le quattordici quando Giovanni Legnini, vicepresidente del Csm, lascia l’aula Bachelet di palazzo dei Marescialli per infilarsi in macchina direzione Napoli. Lo aspetta un delicato vertice nazionale sulla sicurezza a cui è stato invitato a partecipare tempo fa dal ministro Alfano insieme con il Guardasigilli Andrea Orlando per fare fronte comune contro l’emergenza criminalità.

Ma il numero 2 della magistratura sa che «la situazione delicata» ce l’ha in casa. Al plenum. Nella magistratura «nuovamente e diversamente nella bufera istituzionale». E sa che non basta la posizione con cui ha chiuso pochi minuti fa il suo intervento in aula: «Sono inaccettabili gli attacchi ad esponenti del governo e del Parlamento (il riferimento è all’intervista smentita di Morosini, ndr). Noi pretendiamo il rispetto dei magistrati e delle nostre prerogative ma nel momento in cui lo pretendiamo dobbiamo assicurarlo innanzitutto noi».

Queste sono parole che potevano andare bene qualche mese fa di fronte a qualche provocazione di una parte o dell’altra. Da qualche settimana però il clima è cambiato. L’evocazione di una «barbarie giustizialista», l’intervista del neo eletto presidente dell’Anm Piercamillio Davigo («i politici continuano a rubare e lo fanno senza vergogna»), il dibattito e le polemiche che ne sono seguite, sono stati subito sensori forti di una nuova stagione di tensione. Legnini, sempre in contatto con il presidente Mattarella che del Consiglio superiore è il presidente, credeva di aver aperto e chiuso la parentesi con le parole forti e importanti usate dal Capo dello Stato davanti ai giovani magistrati della scuola di formazione.

Ma l’uno-due di questi giorni l’ha convinto che non è così. «È un momento delicato, di passaggio, e qualcuno ne approfitta per tentare di innescare incendi facendo leva sulle aree di disagio della magistratura» è l’amara analisi consegnata ai suoi collaboratori. A maggior ragione, sempre di più, «bisogna stare attenti, evitare ogni ingenuità o possibile tranello, mettere sempre la giusta distanza tra i pensieri e le parole». Detto questo, «rappresentare il Csm come un fortino assediato dall’esterno è assolutamente falso». E così «non è vero che qualcuno di noi ha mai subito pressioni esterne o indebite» dice riferendosi alla tesi esplicitata da Il Foglio per cui «le nomine dei magistrati sono dettate da pressioni interne ed esterne».

Ma si allude anche al caso Fanfani, aretino, avvocato il cui studio ha storicamente difeso banca Etruria, che mercoledì ha criticato un’inchiesta della magistratura armando così il primo round di delirio. «Sono fortemente impegnato a respingere qualsiasi tipo di ingerenza» ha sottolineato Legnini e «garantire l’autonomia del Csm e la trasparenza dell’esercizio delle nostre funzioni». Resta sullo sfondo il dubbio alimentato da qualcuno: Fanfani ha avuto qualche suggeritore? Giornatacce. In questi primi due anni scarsi di consigliatura il vicepresidente di palazzo Marescialli ha certamente indossato i panni del pontiere tra le ragioni della magistratura e quelle della politica in un momento di importanti riforme. Con qualche fatica, in effetti, sono diventate legge la responsabilità civile dei magistrati e il taglio delle ferie ad una categoria stimata tra le più produttive in Europa, senza mai arrivare ad un vero strappo. Una specie di miracolo. Il segno che una stagione era finita per sempre. Ora però Legnini sa che se vuole continuare a tenere il plenum «autorevole, autonomo e trasparente», deve cambiare modi e maniere perché il contesto va mutando.

Mercoledì ha preso da una parte il membro laico Giuseppe Fanfani per dirgli di fare marcia indietro. In mattinata l’avvocato aretino, ex deputato, aveva attaccato la decisione della procura di Lodi di arrestare il sindaco (Pd) ammettendo di «non aver letto le carte». Fanfani ad inizio mattina si era anche riservato di chiedere l’apertura di una pratica contro quei magistrati. Una cosa mai vista con un’inchiesta in corso che, tra l’altro, per stessa ammissione dell’indagato, conferma integralmente l’ipotesi dell’accusa. In serata il n.2 del Csm ha derubricato l’intervento come «esercizio del diritto di critica» chiarendo che «il Consiglio non può occuparsi di un provvedimento giurisdizionale in corso». Poteva, doveva finire lì. Invece è arrivata la pagina sul Foglio, la prova di «uno scontro in atto che serve a qualcuno e che dobbiamo assolutamente spegnere. Per non riportare le lancette ad un clima di conflitto che non è più sorretto dai fatti». Ma potrebbe essere figlio di una stagione di profonde riforme non tutte condivise.

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