“Qualcuno volò sul nido del cuculo”, 40 anni fa usciva il capolavoro di Milos Forman

Cinema
Schermata 11-2457345 alle 12.28.11

Era il 20 Novembre del 1975, in America usciva il film della definitiva consacrazione di Jack Nicholson. Per l’occasione vi riproponiamo una delle scene simbolo dell’intera pellicola

Qualcuno volò sul nido del cuculo esce in America il 20 Novembre del 1975. Vincitore di sei Golden Globe, cinque Oscar e campione d’incassi, il film si iscrive di diritto nell’olimpo del cinema ed ancora oggi, celebrando i 40 anni dalla sua uscita, mantiene quella veemenza comunicativa, quella contemporaneità dello sguardo e del messaggio, manifesti già all’epoca della sua prima apparizione nelle sale.

Per la regia di Milos Forman, tratto dall’omonimo romanzo di Ken Kesey, la pellicola racconta le vicende di un uomo, Randie P.Murphy (interpretato da un Jack Nicholson in stato di grazia) che varca le soglie del manicomio direttamente da un penitenziario; la sua condizione psichica rimane in bilico tra il sano e il patologico, tra la simulazione e la realtà, finendo per diventare una potente allegoria della condizione umana: oscillante tra il baratro e la lucidità, pungolata costantemente dalla necessità di rompere le regole, impossibilitata a sottomettersi ad un ordine costituito.

L’ambiente in cui Nicholson agisce, e rispetto al quale diviene presto figura di rottura, è dominato dalla coesistenza coatta tra le forze scientifico razionali – il corpo medico capitanato dall’infermiera Mildred Ratched (Louise Fletcher), e i pazienti sottoposti a un rigido protocollo sanitario. Nell’impossibilità di comporre le varie forme di follia che animano il manicomio – non solo quella dei veri matti in cura, ma anche quella che si manifesta nell’iper razionalità del personale medico – la figura di Randie diventa una sorta di ponte. Il suo personaggio è una sintesi vitale di entrambe le istanze in gioco (ragione e follia): sacrificato all’altare di una scienza malata (alla fine il protagonista verrà lobotomizzato) ma capace di scardinare la realtà per aprire nuovi orizzonti (la fuga finale del nativo americano Bormden).

Su gran parte delle scene svetta la celeberrima espressività del volto di Nicholson; facoltà di dissimulare una luce folle dietro al sorriso smagliante, che si apre su uno sguardo indecifrabile: incantesimo capace allo stesso tempo di renderti complice e di spaventarti, imprigionarti e allontanarti. È una mimica che ritroveremo in altri celeberrimi film dell’attore, ma forse mai così pervasiva come in questa occasione.

Vi riproponiamo una delle scene chiave del film, quella della votazione per vedere la partita di baseball che riassume l’impossibile dialettica tra la ragione e la follia di cui Nicholson si fa interprete

 

Vedi anche

Altri articoli