Qualcuno scambiò la “rottamazione” per una rissa tra generazioni

Leopolda 2015
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Il vero brand renziano era la rottamazione, il ricambio che sembrò inizialmente una rissa generazionale

Se un giorno dovesse accadere, lì non ci sarebbe Matteo Renzi, ma l’Italia. E l’Italia non deve avere timore reverenziale verso nessuno, e il mio obiettivo non è la photo opportunity con i leader europei da appendere in salotto. Non ho e non avrei timori reverenziali nei confronti di nessuno, e direi alla Merkel che l’Europa non può essere sempre la nostra supplente antipatica. Gli direi che questo è un momento magico per la nuova Europa, e del resto glielo ho già detto a Berlino, e non si è fatta una risata». Il vero brand renziano era la rottamazione, il ricambio che sembrò inizialmente una rissa generazionale. «Se non avessi usato quella metafora neppure mi avrebbero ascoltato. Ennio Flaiano diceva: “Noi italiani vogliamo fare la rivoluzione con il permesso dei Carabinieri”. Non ho chiesto permessi, e la sintesi “rottamazione” è stata perfetta, inevitabile, anche se non gradevole. Il punto è che da rottamare non ci sono solo le lunghissime carriere politiche, ma un intero sistema che paralizza l’Italia», argomentò Renzi.

E D’Alema andò in battaglia e a Otto e mezzo, da Lilli Gruber: «Diciamo che ormai è sufficiente che un giovanotto dica che vuole cacciarci a calci in culo che subito gli vengono concesse paginate e interviste. Se vince lui, il centrosinistra è finito». Replica di Renzi: «No. Se vinco io, al massimo, è finita la sua carriera parlamentare». Eugenio Scalfari su la Repubblica, lo definiva senza mezzi termini: «Peggio di Bettino Craxi», liquidando il suo programma come «un’agenda generica… carta straccia». Un sospirone di sollievo per il gruppo dirigente che dichiarava ai quattro venti che se vinceva «l’alieno» «agente berlusconiano» sarebbe saltato tutto, forse anche il mondo. Veltroni, invece, il 15 ottobre, annunciò a sorpresa l’addio al Parlamento e non come «cedimento alla rottamazione». Scelta nobilissima che spiazzò anche i decani con 26 anni di Parlamento alle spalle in attesa delle mitiche “indicazioni del partito”.

D’Alema sembrava il vero competitor, dopo l’annuncio di Veltroni, a Otto e mezzo promise un mezzo addio: «La mia disposizione è a non candidarmi. Semmai posso candidarmi, se il partito mi chiede di farlo. Se vince Renzi sarà scontro. Se vince Bersani, avrà a disposizione il mio posto in lista… Renzi non è il rimedio ma è peggio del male perché è un elemento di divisione… Non è tollerabile questo modo di condurre la lotta politica». Il 19 ottobre arrivò il regolamento a ostacoli del primo turno di primarie del 25 novembre. Prevedeva che fossero resi pubblici i nomi di tutti i partecipanti. Renzi chiese allora di rendere pubblico anche l’elenco degli iscritti al Pd per la stessa esigenza di trasparenza, e di chi aveva partecipato alle primarie precedenti. Dissero no, per la tutela dei dati sensibili dei cittadini. Pose quindi il quesito al garante della privacy, e il 31 ottobre gli diede ragione. Tanto bastò a far passare l’idea molto burocratica delle primarie. Non erano ammessi al voto i sedicenni, c’era la pre-iscrizione con giustificazioni tipo scolastiche per permettere di poter votare al secondo turno quanti avevano mancato il primo. Inediti per restringere l’area degli elettori. Il 25 novembre 2012 tre milioni e centomila persone si misero in coda ai seggi. Primarie senza vincitori, ma con la certezza del ballottaggio tra Bersani (44,9%) e Renzi (35,5%). Vendola prese il 15,6%, Puppato il 2,6% e Tabacci l’1,4%. E il Pd aveva guadagnato dieci punti nei sondaggi. I confronti televisivi in diretta su Sky e Rai Uno con il conflitto politico esplicito rilanciava l’idea di vitalità dei democratici.

Il confronto tv tenne incollati più di 6 milioni di persone, un assist favoloso per il centrosinistra. E se una parte di loro voleva votare al secondo turno? Doveva passare al vaglio del valutatore del partito con la certificazione alla mano per l’assenza al prima turno per motivi familiari, di salute, lavoro, viaggi all’estero, mal di pancia, slogatura della caviglia… Quasi 90mila votanti furono respinti dai seggi, compresa Margherita Hack. L’ultima settimana Renzi era sotto di soli due punti, poi l’immagine tranquillizzante di Pier Luigi “Usato Sicuro” spostò gli incerti. Vinse la rassicurazione sulla novità. Matteo ammise la sconfitta con un tweet. Si fermava al 38,94%. Vittoria netta di Bersani. Sconfitta tutto sommato abbastanza onorevole, ma sempre sconfitta era. Lo chiamò per congratularsi, almeno con la soddisfazione di averlo battuto in Toscana, con lo sfondamento nelle altre regioni rosse. Tanti cambiarono però giudizio nei suoi confronti verso le 22 del 6 dicembre del 2012 quando, dal palco del teatro della Fortezza Medicea di Firenze, pronunciò forse il suo discorso più emozionante. Disse che sarebbe tornato là dove aveva promesso di tornare se avesse perso la sfida: a lavorare per Firenze e per il Pd.

A mente fredda, qualche tempo dopo, spiegò: «La vittoria più bella è quella di chi cade e si rialza. Quella sconfitta è servita, e quando ci abbiamo riprovato i tre milioni di persone che hanno votato alle primarie, col 68,1% dei consensi ci hanno consegnato un mandato chiaro in nome del cambiamento. Non feci tutta quella battaglia per una poltrona, come non ho mai pensato di uscire dal Pd. Non avevo intenti strumentali e secondi fini. Sono un democratico e resto in questa comunità a testa alta, con le mie idee e con coerenza».

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