“Putin ha ordinato omicidio Litvinenko”. Alta tensione Londra-Mosca

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A man looks at a portrait of ex-spy Andrei Litvinenko by Russian artists Dmitry Vrubel and Viktoria Timofeyeva in the Marat Guelman gallery in Moscow May 22, 2007. Moscow cannot extradite former KGB agent Andrei Lugovoy to Britain on charges of murdering fellow ex-spy Alexander Litvinenko because of a constitutional ban, the Russian Prosecutor-General's office said on Tuesday.     REUTERS/Sergei Karpukhin (RUSSIA) - RTR1PYPQ

L’inchiesta sulla morte del dissidente ex spia del Kgb arriva al Cremlino. Mosca reagisca ma Downing Street non può far finta di niente

Un omicidio di Stato telecomandato da Mosca. E’ questa la conclusione della pubblica inchiesta richiesta dal governo britannico e condotta da Sir Robert Owen sulla morte dell’ex spia del Kgb, spentosi il 23 novembre 2006, all’età di 43 anni, in un ospedale londinese dopo essere stato avvelenato con il polonio-210. Una sentenza che tira in ballo le alte sfere delle istituzioni russe e che arriva dritta al Cremlino, coinvolgendo in prima persona Vladimir Putin.

Un rapporto di 300 pagine che si sta trasformando in uno tsunami diplomatico tra Londra e Mosca. Dal Cremlino la reazione è immediata ed è affidata a una nota del ministro degli Esteri che parla indagine “parziale e politicamente motivata. Ci dispiace – si legge nel comunicato – che un caso puramente penale sia stato politicizzato e abbia oscurato i rapporti bilaterali”. Downing street, dal canto suo, risponde convocando l’ambasciatore russo e stigmatizzando l’assassinio dell’ex agente del Kgb come “un’eclatante e inaccettabile violazione delle basi fondamentali del diritto internazionale“.

Nel presentare i risultati dell’inchiesta, sir Owen non poteva essere più diretto: “L’operazione dell’Fsb (i servizi segreti russi) per uccidere Litvinenko fu probabilmente approvata da Mr Patrusehv (l’allora numero uno dei servizi) e dal presidente Putin”. L’ex spia, in rotta con il governo russo dal 1998, aveva chiesto e ottenuto asilo politico in Gran Bretagna nel 2001. Dopo l’omicidio di Anna Politkovskaya, datato 7 ottobre 2006, Litvinenko cominciò ad indagare sulla sua morte, aumentando il grado di insofferenza da parte delle autorità russe nei suoi confronti.

Il 1 novembre fu avvelenato al Millennium Hotel, a Mayfair, da una tazza di tè contaminata col polonio 2010, un isotopo radioattivo. Nell’albergo – dove si era rifugiato – aveva incontrato due uomini russi, l’attuale deputato della Duma, Andrei Lugovoi, e l’uomo d’affari Dmitry Kovtun, di cui Londra ha chiesto da tempo l’estradizione ma senza successo. Costoro, secondo Owen, sono gli eseutori materiali dell’assassinio; tracce del veleno vennero trovate negli alberghi e in altri luoghi da loro frequentati. Litvinenko morì il 23 novembre in un letto d’ospedale.

“Sono molto contenta che un tribunale inglese abbia finalmente dimostrato la veridicità delle parole pronunciate da mio marito nel suo letto di morte, quando puntò il dito contro Putin”, ha commentato la vedova Marina, chiedendo sanzioni contro Patrushev e lo stesso presidente poiché “è impensabile che il premier ora non faccia nulla”. Downing Street, che ha definito i risultati dell’indagine “estremamente inquietanti”, tanto più perché riguardano “uno Stato membro del Consiglio di Sicurezza Onu” – assicura di star valutando “ulteriori azioni”.

Intanto, riferendo ai Comuni, il ministro dell’Interno, Theresa May, ha annunciato il congelamento degli asset dei due presunti killer, Lugovoi e Kovtun. La situazione, in generale, è potenzialmente esplosiva anche perché Londra si trova a dover gestire i rapporti con un Paese chiave come la Russia, impegnato nel negoziato sulla Siria e i cui miliardari da anni vivono e investono da anni nella capitale britannica. Ma d’altra parte quando nelle conclusioni dell’inchiesta si fa riferimento a Putin in persona che “aveva mille motivi per agire contro Litvinenko, anche per ucciderlo”, non si può far finta di niente.

 

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