Psicodramma in casa Le Pen, il padre espulso dal partito

Francia
epa04728141 Former President of the Front National (FN) Jean-Marie Le Pen (L) gestures toward the audience as his daughter, the actual president, Marine Le Pen (R) looks on during the traditional May Day rally of the Front National (FN) party by the Opera Garnier in Paris, France, 01 May 2015.  EPA/YOAN VALAT

Marine trascina Jean-Marie davanti ai giudici del Fn per le sue frasi antisemite. Il fondatore del Front National aveva definito le camere a gas un dettaglio

«I capi si nascondono, qui c’è solo la fanteria». Quando arriva davanti al comitato esecutivo, che deciderà poche ore dopo la sua espulsione dal Front National, il partito che è stato una sua creatura, Jean -Marie Le Pen non ammaina la bandiera del combattente. Fondatore e presidente onorario del Fn che la figlia Marine ha portato sugli altari conquistando oltre un quarto dell’elettorato francese, deve fare i conti con quello che Le Monde definisce uno psicodramma politico-familiare: la figlia che si rivolta contro il padre e lo uccide «politicamente».

Un contenzioso generazionale e soprattutto politico, inevitabile per Marine che vuole traghettare definitivamente il Front National sulla sponda di una destra presentabile e per quanto la riguarda presidenziale, prospettiva incompatibile con i fuochi d’artificio verbali del quasi novantenne Jean-Marie, uno capace di definire le camere a gas un «dettaglio della guerra», di invocare «infornate» punitive contro un artista di origini ebraiche e di salvare il maresciallo Pétain e persino l’occupazione nazista che in fondo non era così disumana.

Lo scontro divampa da sei mesi senza che nessuno dei due sia arretrato di un passo. Marine, che punta a bissare i successi elettorali alle regionali di dicembre e già guarda alle presidenziali del 2017, ha ottenuto la sospensione del padre. Jean-Marie, che rivendica il suo dna di ultra destra reazionaria, per tre volte ha convinto i giudici ad annullare le decisioni del partito per ragioni procedurali.

La figlia ha chiamato i militanti ad esprimersi con un voto sulla modifica dello statuto per annullare la carica di presidente onorario, il padre è ricorso al tribunale contro quello che ha sprezzantemente definito un «congresso postale» ed ha ottenuto ragione, lasciando a Marine la magra soddisfazione di esibire i risultati della consultazione: oltre il 94 per cento dei militanti è con lei, per l’abolizione dell’ormai scomoda poltrona paterna.

Ieri nella periferia di Parigi, a Nanterre, l’udienza disciplinare – che dovrebbe aver scritto l’ultimo capitolo della disputa – si è aperta senza i big del partito, assenti Marine Le Pen e il suo vice Florian Philippot. A fianco del patriarca usurpato di un partito deciso a cambiare pelle, seppellendo antisemitismo e razzismo, solo Bruno Gollnisch, dirigente storico e unico volto noto ad essersi esplicitamente pronunciato contro il suo allontanamento, manifestazione di «un’ingratitudine incredibile».

E l’avvocato di Jean-Marie Le Pen, deciso a impugnare la condanna, perché le contestazioni mosse violano a suo dire la libertà d’espressione del vecchio leader del Fn, quel partito che aveva fondato nel 1972, insieme ad un gruppo di neo-nazisti e nostalgici dell’ex impero coloniale.

(Foto Ansa)

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