Proust cronista mondano in lode al lettore di libri

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Un poderoso volume raccoglie moltissimi testi brevi e conferenze dell’autore della “Ricerca” e dimostra che non era affatto uno scrittore concentrato in una «camera foderata di sughero»

C’è una leggenda che avvolge la biografia di Marcel Proust, secondo la quale vi sarebbe stata una prima fase di dissipazione mondana nettamente separata da una seconda dedicata alla grande opera. Da un lato, Marcel distratto dai salotti; dall’altro, lo scrittore concentrato nella “camera foderata di sughero”. Non è così. Uno dei meriti di Mariolina Bongiovanni Bertini è di ribadirlo, in questo suo ultimo lavoro, i Saggi di Proust, curati insieme a Marco Piazza (Milano, Il Saggiatore, 2015, pp. 974, euro 75). Nessun timore: si tratta di un volume che va ben al di là della cerchia degli specialisti e che è auspicabile possa interessare il pubblico vasto di chi ama lo scrittore francese, sia di chi ha già letto il suo romanzo- cattedrale, sia di chi ne è attratto e vorrebbe raccogliere qualche ulteriore incoraggiamento prima di intraprendere una delle avventure intellettuali più affascinanti consegnate alla pagina nel secolo scorso. Un’ottima occasione è questo bel libro del Proust saggista, articolato in testi brevi, anche di critica d’arte, impreziosito dalle illustrazioni di pittori quali Gustave Moreau, Rembrandt, Antoine Watteau, Elisabeth Siddal, Claude Monet, Jean-Baptiste-Siméon Chardin, William Turner, aperto da un’introduzione di Mariolina Bongiovanni Bertini stesa con rara qualità di scrittura.

Il cronista mondano
Un livre du chevet, come si usa dire, non da leggere d’un fiato, ma da tenere lì e consultare di tanto in tanto. Dalle pagine del libro emerge come l’opera di «Proust cronista mondano» si saldi a quella «maggiore di Proust romanziere », sino al punto di riprendere e rielaborare «moltissimi materiali precedenti ». Come Mariolina Bongiovanni Bertini osserva, il romanzo proustiano nasce «sul terreno della riflessione critica». A partire dal Contre Sainte- Beuve, qui riproposto in un’edizione filologicamente corretta, come già in Spagna, a cura di Silvia Acierno e Julio Baquero Cruz, in Germania, di Luzius Keller. Il caso vuole – sottolinea, a sua volta, Marco Piazza – come adesso sia il lettore francese «a trovarsi ancora sprovvisto di un’edizione aggiornata», tuttora nella versione di Fallois (del 1954) o in quella di Clarac (del 1971). Oltre al Contre Sainte- Beuve è possibile rileggere la maggior parte delle pagine scritte da Proust per la traduzione di Sesamo and Lilies di John Ruskin. Tra le curiosità, i componimenti scolastici (pp. 337-361), le risposte al famoso questionario (pp. 369-370) e, ancora, Marcel Proust che parla di sé (pp. 371-372). Ora, Ruskin e Sainte-Beuve sono, per dir così, come i due punching ball, sotto il profilo critico, su cui Proust si è esercitato in un corpo a corpo propedeutico al lavoro letterario successivo. A seguito della morte di Ruskin – che forse qualcuno ricorda nel film di Mike Leigh su William Turner come il giovane e saccente amico del pittore – Proust intraprende la traduzione di alcune conferenze.

Ognuno è lettore di se stesso
Dopo la traduzione della Bibbia di Amiens, pubblicata presso il “Mercure”, esce, nel 1906, quella di Sesamo e i gigli, accompagnata da una prefazione che, con qualche leggera modifica, viene inserita nei Pastiches et mélanges sotto il titolo di Journées de lecture. I Tesori dei Re è una conferenza sulla lettura che Ruskin tiene nel municipio di Rusholme, presso Manchester, il 6 dicembre 1864, per contribuire alla creazione di una biblioteca scolastica. I Giardini delle Regine, una conferenza del 14 dicembre, sul ruolo della donna, per concorrere alla fondazione di nuove scuole. Questo l’incipit della prefazione dal titolo Sur la lecture: «Non vi sono forse giorni della nostra infanzia così pienamente vissuti come quelli che abbiamo creduto di lasciar passare senza viverli, quelli trascorsi in compagnia di un libro preferito». Ogni lettore, sostiene Proust, quando legge, è lettore di se stesso. Anche alla fine dell’opus magnum, il narratore torna su questo tema dicendo: «Ogni lettore, quando legge, è soltanto il lettore di se stesso. L’opera dello scrittore è soltanto una sorta di strumento ottico ch’esso offre al lettore per permettergli di scorgere ciò che forse, senza il libro, non avrebbe veduto in se stesso».

Amici e libri
Invece per Ruskin la lettura sarebbe assimilabile alla conversazione. Il “libro” un sussidio utile al quale siamo costretti a ricorrere nel momento in cui non possiamo avere al nostro fianco lo scrittore o il poeta. Per Proust non è possibile confondere la lettura con l’incontro tra le persone, né con l’amicizia. Gli amici che scegliamo non potranno mai sostituirsi ai libri e viceversa: proprio come, nel Contre Sainte-Beuve, l’autore non ha nulla a che vedere con la sua opera. Il meraviglioso miracolo della lettura è una comunicazione in seno alla solitudine. È così che Sesamo, la parola magica, diventa l’allegoria della lettura che apre le porte di quei tesori nei quali è racchiusa la verità. C’è un legame tra la critica a Ruskin e quella a Sainte-Beuve, il rifiuto della lettura come conversazione e la negazione dell’identificazione tra vita e opera. Pochi anni più tardi, dal 1908, Proust si dedica al Contre Sainte-Beuve, testo postumo edito per la prima volta nel 1954 e dedicato alla méthode de Sainte-Beuve, riferita a Charles Augustin de Sainte-Beuve, divenuto, nella seconda metà dell’Ottocento, un simbolo della critica letteraria. L’inventore delle Conversazioni del lunedì, secondo il quale, per conoscere un autore occorre attingere alla testimonianza di quanti sono stati in rapporto con lui. Per il quale la critica deve essere «orale, tutta chiacchiere da angolo del caminetto, aneddotica, ironica, irriverente…».

Siamo «parecchi in uno»
Un tale approccio, non sfugge al gusto proustiano per le distinzioni. L’errore di Sainte-Beuve, in modo analogo a Ruskin, è di porre sullo stesso piano letteratura e conversazione, di non saper distinguere l’artista dall’uomo. Invece: «L’uomo che vive nel medesimo corpo con il genio ha ben scarsi rapporti con lui». Perché «la nostra persona morale è composta di più persone». Come ha osservato Jacques Rivière, per Proust, «ognuno di noi è parecchi in uno». Si delineano, così, le tappe dell’itinerario critico proustiano e i Saggi, sotto il profilo critico, lo chiariscono molto bene. Ed è anche per questo che Proust, a suo modo, è un classico. Come ancora chiosa Mariolina Bongiovanni Bertini: «Secondo una celebre definizione coniata da Valéry in onore di Baudelaire, merita l’attributo di classico l’artista che reca in sé un critico e l’associa intimamente ai propri processi creativi».

 

 

(Nella foto Jurgen Arndt nel ruolo di Proust nel film del 1980 “Celeste”. Foto ©New Yorker Films / Courtesy Everett Collection)

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