Primarie Usa. Un altro martedì da resa dei conti

Americana
epa05205529 A supporter holds a sign as she waits for US Democratic presidential candidate Hillary Clinton to arrive and speaks at a campaign event at the  Sullivan Community Center and Family Aquatic Center in Vernon Hills, Illinois, USA, 10 March 2016. Residents will go to the polls to cast their votes in the Illinois primary on 15 March.  EPA/TANNEN MAURY

Martedì si vota in alcuni stati molto importanti. In palio ci sono parecchi delegati e forse il via libera per la nomination definitiva

Non sarà il Super Tuesday, ma potrebbe comunque trasformarsi nel martedì più importante per le sorti delle primarie americane.

Il 15 marzo, infatti, sia i repubblicani che i democratici assegneranno un grande numero di delegati. Il risultato permetterà di delineare con maggiore chiarezza il futuro e definitivo candidato alla Casa Bianca di entrambi gli schieramenti. Qui proviamo a sciogliere alcuni dubbi su probabili scenari e su quello che potrebbe accadere dopo.

Questione di numeri

Per i repubblicani ci sono ancora in gara 4 candidati. Donald Trump, Ted Cruz, Marco Rubio e John Kasich. Ben Carson si è ritirato dalla corsa una settimana fa. Non ha mai vinto in nessuno degli stati dove finora si sono svolte le primarie, per questo la sua rinuncia era attesa da tempo. Come quella del governatore dell’Ohio, Kasich. Lui ha dichiarato che se non vincerà a casa sua è pronto a battere la ritirata. Se qualcuno si chiede ancora come mai un candidato così debole alle primarie e nei sondaggi sia ancora in gara (danneggiando sensibilimente gli altri avversari in competizione con Trump) la risposta è nella sua personalissima strategia politica. Kasich sa, o spera, che nel caso in cui riuscisse a vincere in Ohio, potrebbe aumentare la propria forza contrattuale all’interno del GOP e magari persino varcare la soglia della Casa Bianca come vicepresidente, al fianco di Trump.
Nella tornata di martedì i repubblicani assegneranno 358 delegati, così distribuiti: 99 in Florida, 69 in Illinois, 52 in Missouri, 72 in North Carolina e 66 in Ohio.

In casa democratica la situazione è più semplice e ben nota. Il duello Clinton-Sanders potrebbe essere alle ultime battute. A meno che Sanders riesca a sorprendere l’elettorato e gli analisti, come ha fatto in Michigan. Martedì i democratici mettono in palio più delegati rispetto ai repubblicani, ben 792. Per la precisione: 246 in Florida, 182 in Illinois, 84 in Missouri, 121 in North Carolina e 159 in Ohio.

epa05205496 (L-R) US Presidential candidates Marco Rubio, Donald Trump, Ted Cruz and John Kasich attend the Republican National Committee Presidential Primary Debate at the University of Miami's Bank United Center, in Miami, Florida, USA, 10 March 2016.  EPA/CRISTOBAL HERRERA

I quattro candidati repubblicani allo “University of Miami’s Bank United Center” in occasione del dibattito del 10 marzo scorso. Foto: Ansa / Cristobal Herrera


Cosa dicono i sondaggi

Secondo le indagini più recenti in campo repubblicano, Trump dovrebbe vincere quasi ovunque. In Florida, Illinois e North Carolina il suo vantaggio rispetto agli avversari è consistente e costante. In Missouri la distanza con Ted Cruz è sufficientemente ridotta da rendere atteso un eventuale colpo di scena, mentre in Ohio le aspirazioni di Kasich potrebbero trovare soddisfazione, anche se quest’ultimo primeggia davanti a Trump solo in uno dei sondaggi diffusi.

Anche in campo democratico il panorama sembra piuttosto chiaro. Clinton dovrebbe vincere facilmente un po’ ovunque. L’episodio del Michigan, però, può insegnarci qualcosa. Anche lì il vantaggio dell’ex segretario di Stato sembrava notevole, poi ha vinto Sanders. Limitandoci a prendere i sondaggi così come sono, gli unici dubbi possono essere relativi all’esito del voto in Missouri, dove non ci sono dati abbastanza recenti e accurati, e in Ohio, dove due diversi sondaggi danno previsioni discordanti. Nel primo dei due, della Cnn, il vantaggio della Clinton è schiacciante. Nel secondo, invece, i dati della Quinnipiac University danno a Sanders un distacco di soli 9 punti rispetto all’avversaria. Nota: anche in Michigan i sondaggi dei grandi network avevano sbagliato le previsioni dando come favorita la Clinton, mentre le rilevazioni delle università locali avevano quanto meno evidenziato una distanza ridotta tra i due candidati. Distanza che, alla fine, si è trasformata in una vittoria per il senatore socialista.

epa05198834 A handout photo provided by CNN shows US Democratic Presidential candidates Hillary Clinton (L) and Bernie Sanders (R) during the CNN Democratic Presidential candidates' debate, at the Whiting Auditorium in Flint, Michigan, USA, 06 March 2016. Michigan will hold its Presidential primary on 08 March.  EPA/EDWARD M. PIO RODA / CNN / HANDOUT  HANDOUT EDITORIAL USE ONLY/NO SALES

I due candidati democratici durante il dibattito ospitato dalla CNN al Whiting Auditorium di Flint, in Michigan. Foto: Ansa/Epa Edward M. Pio Roda

 

Occhio alle differenze

In queste settimane molti analisti si sono concentrati nel predire lo scenario che potrebbe delinearsi dopo martedì. Di fatto, però, molte ipotesi che cercano di sovvertire il pronostico più accreditato (uno scontro Trump-Clinton) sembrano soggette a una serie di forzature che difficilmente si realizzeranno.
Andiamo per ordine. In campo democratico la rimonta di Sanders è davvero improbabile. A differenza dei repubblicani, i democratici assegnano i loro delegati su base proporzionale. Questo vuol dire che Sanders potrebbe ancora conquistare i delegati necessari per vincere la nomination, ma per farlo dovrebbe battere l’avversaria sempre con un grande scarto. Come abbiamo visto, invece, nei sondaggi risulta sempre essere un inseguitore. E pure il caso del Michigan è esemplare. Il senatore del Vermont ha vinto, certo, ma il conteggio dei voti gli ha fatto guadagnare solo 7 delegati in più rispetto all’avversaria.
C’è poi anche la questione dei superdelegati. Quei delegati, esponenti del partito, che partecipano alla convention e sono liberi di votare per chi vogliono, senza, in teoria, alcun obbligo di rispettare la volontà degli elettori. Al momento la maggior parte dei 712 superdelegati ha dichiarato il proprio sostegno per la Clinton. La loro posizione potrebbe cambiare nel caso in cui la vittoria di Sanders in Michigan si trasformasse in una valanga. Ma, come abbiamo detto, le probabilità che questo avvenga sono davvero molto scarse, a meno di clamorosi colpi di scena.

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Fonte: The New York Times http://nyti.ms/1F94UR7

In campo repubblicano i giochi potrebbero essere più aperti perchè il GOP da questo momento in poi assegna molti dei suoi delegati con un criterio maggioritario. Ciò significa che chi riesce a prendere anche solo un voto in più degli altri porta a casa tutto il bottino. Da una parte questo meccanismo permette al favorito di affossare definitivamente gli avversari, dall’altra concede agli inseguitori un’ultima chance per ribaltare il risultato. A questo proposito, è qui l’altro grande problema dei repubblicani. Per troppo tempo Trump è stato libero di guidare la campagna elettorale in maniera spericolatasenza un vero avversario. Il fenomeno Rubio non ha mai convinto fino in fondo ed è passato troppe volte da momenti di grazia a veri black out. L’altro possibile avversario, Ted Cruz, è l’unico che forse potrebbe insidiare Trump sulla base dei numeri. Ma le primarie dei repubblicani, fin qui troppo affollate, lo hanno costretto a spendere tempo ed energie per rubare elettori a Rubio e Kasich, piuttosto che a Trump. Nonostante le possibili affinità tra i due.

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Fonte: The New York Times http://nyti.ms/1F94UR7

La sfida, insomma, va consumata sul campo di battaglia. E ora che anche Michael Bloomberg ha dichiarato di rinunciare alla sua candidatura come indipendente, il cerchio si stringe e la parola passa agli elettori.

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