Primarie aperte e obbligatorie. L’esperimento dell’Argentina

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epa04714683 Argentine President Cristina Fernandez de Kirchner waves as she arrives at Moscow's airport Vnukovo, Russia, 21 April 2015. Cristina Fernandez is on an official visit to Russia.  EPA/YURI KOCHETKOV

Il 9 agosto gli elettori sceglieranno i candidati alle elezioni presidenziali

Nel paese di Papa Bergoglio il 9 agosto si terrà un interessante esperimento democratico, le cosiddette Primarie aperte simultanee e obbligatorie (Primarias abiertas simultáneas y obligatorias: Paso). Gli elettori argentini con più di sedici anni sceglieranno i candidati alle elezioni presidenziali di ottobre con una procedura che non ha corrispettivi in altri paesi. Le primarie argentine si svolgono infatti con l’organizzazione dello Stato, in locali pubblici, con regole uguali per tutti i partiti, lo stesso giorno e senza possibilità di inquinamento del voto.

Secondo gli osservatori principali le primarie saranno di fatto il primo turno delle elezioni vere e proprie. Di turni, la legge elettorale argentina ne prevede già due nel caso in cui nessun candidato a ottobre otterrà almeno il 45 per cento dei voti (o il 40 per cento con più del 10 per cento di scarto dal secondo) al primo turno. Con le primarie, i turni possono diventare in sostanza tre. Saranno scelti con questa procedura anche alcuni candidati governatori, al Parlamento nazionale e al Parlamento del Mercosur (per gli appassionati di integrazione sovranazionale questo è un elemento interessante).

Corsa a due. Si dice che i giochi sono già fatti e che le primarie confermeranno una corsa ristretta tra il grande favorito, il governatore della provincia di Buenos Aires Daniel Scioli (che all’interno della sua coalizione non avrà rivali alle primarie, per cui queste saranno una sorta di sondaggio sul suo nome), e il suo sfidante principale, il sindaco di Buenos Aires, Mauricio Macrì. Scioli è un ex campione mondiale di offshore, identificabile con posizioni di centrosinistra, che dopo varie oscillazioni ha ottenuto l’appoggio della “Presidenta” uscente, Christina Kirchner. La Kirchner ha fatto ritirare un proprio candidato per poi piazzare un suo stretto collaboratore come vice di Scioli.

La stampa sostiene che Scioli sia un candidato che lo stesso Bergoglio vede di buon occhio. Macrì, come Scioli rampollo di una famiglia di imprenditori, è più vicino a posizioni di centrodestra, ha nel partito popolare di Aznar il suo riferimento politico-culturale. Macrì però è sostenuto anche da una aggregazione variegata di forze di centro-centrosinistra che lo considerano come alternativo all’attuale governo kirchnerista. Il quadro insomma è quello di un groviglio politico che solo noi italiani, abituati alle complessità della politica di casa nostra, possiamo in qualche modo comprendere. Un groviglio che potrebbe semplificarsi se crescerà il bipolarismo che sembra cominciare a delinearsi.

 

L’ironia di Borges Vale la pena seguire le elezioni argentine non solo per l’esperimento del Paso. Per vari motivi. Per noi italiani, anche per riflettere sui nostri legami con questo paese. Il grande scrittore argentino Borges sosteneva autoironicamente di non potersi dire argentino perché non aveva una goccia di sangue italiano e non aveva un cognome italiano. Effettivamente, chi fa oltre undi cimila chilometri per arrivare a Buenos Aires dall’Italia ha la strana ma piacevole sensazione di aver riaperto la porta di casa, di un paese dove le persone parlano spagnolo e pensano in italiano, come si sente ripetere spesso. Legami che sono venuti a offuscarsi gravemente per vari motivi, a partire dalla questione dei titoli argentini costati a molti sottoscrittori italiani i risparmi di una vita. Legami che sono rimasti ostaggio anche di vari rispettivi e ingiusti pregiudizi, di vere e proprie campagne populiste nell’era Berlusconi. Certo è speciale, e senza precedenti anche per un paese con una identità profondamente italiana come l’Argentina, avere una competizione tra i due principali candidati presidenti (e vicepresidenti compresi, non bastasse) che sono entrambi di origine italiana, buoni conoscitori del nostro paese e della nostra lingua.

Una nuova fase. Comunque vadano le elezioni, l’Argentina potrebbe aprire una nuova fase politica, segnata da un clima più moderato e da una cultura politica desarollista, cioè da un orientamento a uno sviluppo industriale che può offrire, si spera, opportunità anche per le nostre aziende, comprese le medie e piccole. La stagione del protezionismo, dell’orgoglio sudamericano e indioamericano centrico della “Presidenta” Kirchner potrebbe giungere a un punto di arrivo. Non a caso la transizione argentina è seguita con grande interesse dal vicino più potente, il Brasile, a sua volta impegnato in una transizione non facile. Dal rapporto tra questi due grandi paesi può nascere una dinamica interessante per il futuro. Sono materie che devono trovare l’interesse dei progressisti europei e dei democratici italiani in primo luogo. Perché c’è uno spazio politico da colmare, per il quale occorre attenzione e lungimiranza.

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