Portogallo, criticare l’austerità non basta a vincere le elezioni

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Il premier uscente Pedro Passos Coelho ha vinto le elezioni portoghesi ma ha perso la maggioranza assoluta. Formazione del governo in salita

 

“Ripassa domani, realtà! Basta per oggi, signori!” L’ aforisma di Fernando Pessoa ben si adatta alla condizione politica e agli auspici dei socialisti portoghesi. L’esito del voto di ieri consegna un quadro politico ed elettorale tutt’altro che positivo per il Ps. La critica dell’austerità non rappresenta lo strumento sufficiente per conquistare la maggioranza dei consensi.

Il circa 31% del PS (dati di exit poll) rappresenta circa 90 seggi e una piccola avanzata sul 2011, ma inutile rispetto ai voti (circa il 41%) per la coalizione tra socialdemocratici del PSD (che a dispetto del nome è l’ala conservatrice del sistema politico) e la destra del Cds-Pp. Portugal à frente naviga sul limite dei 116 deputati, utili per la maggioranza assoluta, in un contesto di lieve diminuzione dell’astensione e crescita del Bloco de Esquerda (10%).

Il candidato socialista, ex sindaco di Lisbona, António Costa non è stato in grado di sconfiggere il primo ministro uscente, il conservatore Pedro Passos Coelho. Sebbene le condizioni di contesto fossero potenzialmente favorevoli all’opposizione, stante le difficoltà economiche, la crescente disoccupazione e le misure di riduzione della spesa concordate dal premier uscente con la Troika. Inoltre, il leader socialista poteva contare su una dose ampia di legittimazione politica e popolare avendo ottenuto la candidatura quale vincitore a scapito del segretario del partito delle primarie socialiste «aperte» socialiste nel 2014. Le responsabilità non vanno ascritte al solo Costa. Oltre alla traumatica eredità lasciata dall’evanescenza di José Socrates, di cui Costa è stato ministro, è pesata l’assenza di leader carismatici (Guterres, Soares in primis). Per diverse settimane i sondaggi relativi alle intenzioni di voto segnalavano un testa a testa, e il Ps con ampie possibilità di spuntarla, con un margine di 2-3 punti percentuali sul Psd.

Il centrodestra ha costruito una volata finale straordinaria. In particolare, l’impostazione della campagna elettorale quasi esclusivamente sulla critica all’austerity (senza tra l’altro definire cosa fosse) non è bastata a persuadere la maggioranza (relativa) degli elettori portoghesi recatisi alle urne. Inoltre, di taluni programmi di politiche pubbliche non era chiara quale fosse la copertura finanziaria. Una concessione dunque alle sirene populiste che pure ammaliano i naviganti europei. Sebbene, proprio in Portogallo una forza politica simile a Podemos non abbia attecchito. La radicalizzazione dello scontro appare del resto non adeguata in un paese «pragmatico», dove l’ideologia non fa presa, in cui le divisioni e le fratture ideologiche non sono fondanti, ma in cui gli elettori costruiscono la propria decisione su basi programmatiche. Votando cioè in base alle proposte di governo, e alle scelte economiche. A tutto ciò si accompagna un disincanto politico che rimanda al post Salazar, e le campagne elettorali si «scaldano» solo durante le ultime due/tre settimane, fisiologicamente, ma senza eccessi. Del resto non era difficile ragionare sul pragmatismo elettorale portoghese posto che il Paese rappresenta uno dei casi in Europa in cui si registra storicamente la maggiore volatilità elettorale (insieme alla Grecia, anche prima di Tsipras). Al limite gli elettori optano per una fuga dalle urne. L’azione di Costa è parsa volere recuperare a «sinistra», in un bacino che nonostante la forza relativa del Pcp, non rappresenta una prospettiva. Del resto né Soares (dal 1976!) né Guterres o Socrates (l’unico a ottenere nel PS la maggioranza dei seggi) hanno mai immaginato né impostato la campagna elettorale su schemi centre-gauche + gauche. Pertanto, quanti intendevano «rompere il sistema» hanno optato per i comunisti (Pcp + Verdi) oppure per l’analogo di Podemos in Spagna, quel Junto Podemos nato da una costola del Bloco de Esquerda (Be), e perciò per molti aspetti diverso dal movimento/partito guidato da Pablo Iglesias.

Tra l’altro, come rilevato anche da El Pais, proprio la forza relativa del partito comunista ha già permesso di affrontare senza troppi traumi la sfida sistemica a sinistra lanciata(gli) da una formazione di «estrema sinistra» guidata da fuoriusciti trotskisti. Si tratta del Be, un partito nato nel 1999 e concentrato prevalentemente nei grandi centri urbani dove riesce a eleggere alcuni deputati grazie a una piattaforma di contestazione sistemica e richiamo a valori post-materialisti e vicini all’elettorato giovane. Cosa accadrà ora? Non è facile dirlo. Il sistema elettorale sovra-rappresenta in modo significativo la prima forza e in caso di maggioranza relativa per il centrodestra, il Psd potrebbe contare sulla incompatibilità politica tra socialisti, comunisti e blocco di sinistra. Spetterebbe eventualmente al Presidente della Repubblica valutare tra un governo di centrodestra di minoranza (formula non inconsueta) o spingere verso una grande coalizione (come nel 1983-1985).Tuttavia, almeno sul piano elettorale, abbiamo alcune certezze. L’elettorato in Portogallo guarda al centro dello scacchiere: del resto, come rilevato dalla letteratura politologica, i due principali partiti – Ps e Psd – rappresentano la «quintessenza» delle forze catch-all (pigliatutti). Lezioni memorabili in questo senso sono le svolte «a vocazione maggioritaria» (così Mitterrand a Épinay nel 1971) del Psd di Cavaco Silva nel 1985 e del Ps di Guterres nel 1995. Non conoscere, o rinnegare la storia politica portoghese e del proprio partito ha generato un severo memento. Da cui ripartire e da tenere in conto in Portogallo e nel resto d’Europa.

 

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