Politica-giornalismo, meno rinfacci e più autorevolezza

Rai
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Solo elevando la qualità e rinnovando le strutture si potrà rispondere alle critiche

E’ chiaro che se un Governo, come per anni con Berlusconi, fa dell’ottimismo a vanvera la sua cifra, i media non possano che farne la contro-narrazione. E se contemporaneamente accade che le forze politiche presenti in Parlamento non esprimano una credibile alternativa, e sarà proprio quella contro-narrazione e chi la svolge a occupare anche il campo della opposizione politica. Ed è qui, infatti, che si è dispiegato il ruolo “politico” di Santoro, di Repubblica e dei vari epigoni dell’uno e dell’altra.

Queste logiche sono cambiate con la spallata elettorale di Grillo e quando il mondo del Pd ha issato al comando Renzi. Eventi avvenuti nell’un caso e nell’altro non per uno sbalzo d’umore, ma dopo averle provate tutte (Berlusconi, Bossi, Rutelli, Veltroni, Fini, Monti, Bersani) ed essersi ogni volta ritrovati al punto fermo di prima.

Attraverso quelle due spallate “politiche”, la politica, nel suo insieme, si è ripresa il centro della scena e il mestiere della politica ha ritrovato oggettivamente una sua autorevolezza, non in ragione delle qualità soggettive dei nuovi protagonisti (normali esseri umani), ma a causa dell’irrompere della coppia crisi­riforme, che azzera le chiacchiere e obbliga a occuparsi delle azioni. Per questo Renzi non c’entra per nulla con Berlusconi.

Se cambia l’agenda storica non può non cambiare anche il modo di porsi dei media. Una cosa, in un mondo fermo, è sbertucciare la “casta”, che è anche tutto quello che il pubblico a lungo ti ha chiesto di fare (parola di auditel).

Altra cosa, quando l’immobilità è scossa, è riuscire nella “critica del movimento”, cogliendone e mostrandone potenzialità, limiti e pericoli. In questo caso non basta dar voce alla gente, ma bisogna offrirle pensieri con i quali misurarsi, in una versione più intensa e problematica della “mediazione” giornalistica fra politica e società. A farla breve, serve più autorevolezza piuttosto che la notizia fresca garantita da Loche nel lontano Tunnel di Rai Tre, proprio agli albori del ventennio di Silvio.

Quanto è lontano da questo standard il giornalismo televisivo? Notoriamente molto, con le immancabili eccezioni che confermano la regola, ma non è questione di persone, bensì di strutture (i talk show sempre più numerosi e dilatati, le mille redazioni centrali, periferiche e di canale) che costringono, o forniscono l’alibi, a un prodotto a “tirar via” dove tutto si riduce a rastrellare frettolose testimonianze di “realtà” e ad amministrare la visibilità dei politici.

Da cui il gioco dei rinfacci per aver favorito questo e sfavorito quello e le toppe, peggiori del buco, della periodica par condicio.

Quali sono le condizioni per costruire in tv, ma anche altrove, un giornalismo autorevole? Non le deontologie, che lasciano le ipocrisie che trovano; non i controlli e le recriminazioni dei Commissari Vigilanti che recitano la conta pavese delle presenze in tv; tanto meno le famose “nomine” che agitano i cuori dei candidabili, ma lasciano intatta la logica delle strutture.

Serve, invece, un lavoro organizzativo di profondità e di lunga lena, anche se così dicendo sappiamo di suscitare l’impazienza del politico che tende a risolvere i problemi qui ed ora, anche se solo a livello sintomatico. Ma la Rai è una azienda, e il qui e ora scarsamente si addice ad affrontare i problemi delle aziende.

Sicché il rischio è che le polemiche, anche quelle più stanche e ripetitive, forniscano l’alibi per una nuova lottizzazione anziché dare la spinta ad una nuova, radicalmente nuova organizzazione. E qui ci pare di intravedere anche l’attualissima astuzia di parecchi “persecutori” e di altrettanti “perseguitati” che puntano a restare tali per sempre.

Ma metti conto che invece si arrivi ad una riforma sostanziale, che riqualifichi l’insieme delle risorse materiali e personale della attività giornalistica. Allora sì che se De Luca ti accusa di fare del giornalismo superficiale e manieristico, avrai da opporre argomenti e non il semplice “noli me tangere” della corporazione; e se Anzaldi, già famoso per il rabbuffo alla caricaturista della Boschi, ora sbotta e fa il Brenno verso i “vinti”, gli si potrà allestire una solida inchiesta sulle tematiche, ahimè sofisticate, del Quarto Potere.

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