Più poteri al premier? Piuttosto stop decreti e Statuto opposizioni

Riforme
epa05567225 A woman holds her ballot sheet for the referendum on the peace agreement between the government and the FARC guerrilla group, in Bogota, Colombia, 02 October 2016. Some 34.8 million citizens are eligible to vote "Yes" or "No" on the agreement between President Juan Manuel Santos's administration and the Revolutionary Armed Forces of Colombia, or FARC, rebel group.  EPA/LEONARDO MUNOZ

La riforma non tocca le prerogative del capo di governo e prevede invece meccanismi di riequilibrio, a partire dal quorum più alto per il voto del Quirinale e dalla tutela delle minoranze

L’ormai famigerato «combinato disposto» tra riforma costituzionale e Italicum attribuisce al governo – e di conseguenza, al premier –un eccessivo cumulo di poteri? In sostanza: l’attribuzione di un forte premio di maggioranza al primo partito sommato alla fine del bicameralismo paritario può squilibrare il sistema di pesi e contrappesi democratici attualmente previsto dalla Carta? Si indebolisce il Parlamento a favore del potere esecutivo?

Per gli oppositori della Legge Boschi sta proprio in questo il vulnus della riforma. Viceversa, per i sostenitori il nuovo sistema renderà più stabile la maggioranza politica e aiuterà la governabilità senza aumentare i poteri del capo del governo In questo senso, il meccanismo prevede alcuni strumenti complessivi di riequilibrio. Intanto, il quorum più elevato rispetto a oggi per l’elezione del presidente della Repubblica, in modo da scongiurare l’eventualità che la maggioranza possa eleggerlo in solitudine, evitando al contempo impasse perduranti.

Ma anche l’estensione dei termini di rinvio presidenziale di una legge di conversione di decreto, che passano da 60 a 90 giorni: vale a dire che il presidente potrà a cuore più leggero scegliere il rinvio senza che ciò causi la decadenza del testo. Altra innovazione è la riduzione del quorum del referendum abrogativo, che se viene richiesto non da 500mila ma da 800mila elettori scende dalla metà più uno degli aventi diritto alla metà più uno dei votanti alle ultime elezioni.

Non un contrappeso vero e proprio bensì uno strumento di rafforzamento parlamentare è il cosiddetto «voto a data certa» che il governo può chiedere su determinati provvedimenti che considera essenziali per il suo programma. L’obiettivo è evitare sia l’impantanarsi dei testi nelle secche dell’iter legislativo sia il proliferare della decretazione d’urgenza. Va detto che il ricorso da parte di Palazzo Chigi a decreti legge e decreti legislativi (immediatamente efficaci ma che poi le Camere sono chiamate a convertire) è stata una prassi abituale nei decenni per fare fronte alle urgenze di ogni tipo.

Un abuso di decreti, spesso reiterati come nel caso di scuola del Milleproroghe, severamente sanzionato dalla Corte Costituzionale: adesso la riforma introduce il divieto costituzionale esplicito della reiterazione. La legge Boschi, inoltre, introduce per la prima volta in Costituzione l’obbligo di tutelare i diritti delle minoranze attraverso l’introduzione di uno «statuto delle opposizioni» che sarà disciplinato nel concreto dai regolamenti parlamentari. Resta invariata la composizione della Corte Costituzionale, alla quale viene adesso demandato anche il vaglio preventivo di costituzionalità delle leggi elettorali. Ovviamente, con il nuovo Senato l’elezione dei 5 giudici in seduta comune viene sostituita dall’elezione di 3 giudici da parte di Montecitorio e 2 da parte di Palazzo Madama.

Il voto a data certa

L’articolo 70 introduce una sorta di corsia preferenziale – meglio: una superstrada dove i limiti di velocità sono innalzati –per una serie di leggi di iniziativa governativa. Vale a dire che l’esecutivo può chiedere alla Camera dei Deputati di mettere all’ordine del giorno entro 5 giorni un ddl «essenziale per l’attuazione del programma di governo» e di pronunciarsi in via definitiva su di esso entro 70 giorni (che possono dilatarsi al massimo fino a 85). Sono escluse dal procedimento le leggi bicamerali, come quelle elettorali e di ratifica di trattati internazionali, e sono previste eccezioni e cautele. Nel dettaglio il sistema sarà disciplinato dai regolamenti parlamentari, ma è ovvio che dovrà essere utilizzato in maniera conforme all’obiettivo che si vuole raggiungere e dunque con par simonia.

Lo statuto delle opposizioni

L’articolo 64 della Carta prevede che i regolamenti delle Camere tutelino i diritti delle rispettive minoranze. Il regolamento della Camera dei deputati dovrà disciplinare uno «statuto delle opposizioni». In questo modo, si esce dalla zona grigia della prassi e i diritti dei gruppi minoritari verranno codificati punto per punto.

L’approdo al Quirinale

Il quorum per l’elezione del capo dello Stato è uno dei punti più delicati della riforma. La platea resta il Parlamento riunito in seduta comune, con l’esclusione dei delegati regionali. Nelle prime tre votazioni servirà la maggioranza dei due terzi dell’assemblea (come adesso); dal quarto scrutinio servirà quella dei tre quinti (oggi è sufficiente la maggioranza assoluta). A partire dal settimo scrutinio basteranno, invece, i tre quinti dei votanti. L’obiettivo è la ricerca di un accordo più ampio possibile tra le forze politiche, evitando però lo stallo che ha caratterizzato molte elezioni.

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