“Più politiche attive e meno pregiudizi per risolvere le crisi”. Parla Teresa Bellanova

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Intervista al viceministro allo Sviluppo economico: “Investiamo sulle politiche attive per salvare il lavoro”

Almaviva, Meridiana, Alcoa, Termini Imerese, Italcementi i nomi più noti. Ma sono in totale oltre 150 i tavoli di crisi aperti al ministero dello Sviluppo economico, coda lunga della recessione. Tavoli che riguardano circa 10mila posti distribuiti sull’intero territorio nazionale. Ci sono vertenze nelle quali il governo, senza pubblicizzare troppo la propria attività, prova a svolgere un importante lavoro di ricucitura tra le parti. E molto spesso l’accordo arriva alla fine di difficili percorsi. Ne abbiamo parlato con la protagonista di alcune importanti trattative, il viceministro allo Sviluppo economico Teresa Bellanova, da poco trasferitasi dal ministero del Lavoro.

Viceministro Bellanova, partiamo dalle buone notizie. Ci ricorda come avete risolto alcuni dei casi più spinosi?
I tavoli importanti arrivano alla fine di lunghi percorsi. Ad esempio c’è il caso Whirlpool, dove siamo riusciti a strappare una dose massiccia di investimenti; Teleperformance, una multinazionale importante nel settore dei call center; l’area di Termini Imerese che dopo anni di ammortizzatori sociali vede i primi lavoratori rientrare in fabbrica. Ci sono situazioni in cui bisogna fare un lavoro di ricucitura tra le parti, spesso serve una dose di pazienza. Ma abbiamo sempre affrontato le trattative con determinazione, con la soddisfazione di far ripartire confronti interrotti che alla fine hanno anche dato i risultati sperati.

Questo per il recente passato. C’è invece qualche novità in arrivo?
Nei prossimi giorni cercheremo di raggiungere nuovi accordi. Posto che tutti i tavoli di trattativa sono importanti, tra quelli di cui ci stiamo occupando ci sono Gepin, Almaviva, Italcementi, Meridiana, l’area del polo chimico a Gela, che riguardano migliaia di posti di lavoro. Il nostro impegno è massimo, lavoriamo per poter dare una prospettiva ai lavoratori e bisogna riconoscere che, dove prevale il buon senso e il confronto non si trasforma in un’azione ideologica di opposizione, si riesce a dare una prospettiva ai lavoratori.

Quali sono i settori che se la passano peggio?
In questa fase mi vengono i mente i call center, il trasporto aereo, le costruzioni e anche un pezzo del settore industriale. Qui i lavoratori hanno già pagato più del dovuto il prezzo della crisi causata anche da una classe dirigente che non ha saputo immaginare soluzioni valide nel momento in cui si è entrati nella recessione. Il nostro assillo è che queste persone vanno aiutate a rientrare nel mondo del lavoro con tutti gli strumenti messi a disposizione del governo. C’è da dire che il Mezzogiorno sconta le criticità storiche di presenza produttiva, ma grosso modo la distribuzione è omogenea su tutto il territorio nazionale.

E il rapporto con i sindacati com’è?
Stiamo lavorando per rafforzare le politiche attive e per dare strumenti che mirino alla occupabilità. Spesso si chiede troppa cassa integrazione, invece noi pensiamo che bisogna insistere sulle politiche attive. È questo l’elemento innovativo che cerchiamo di inserire in tutte le vertenze. Sono le politiche attive che fanno ripartire l’economia, non gli ammortizzatori sociali. E soprattutto, fanno sentire le persone utili. Bisogna dare alle persone il senso di utilità per la produzione di un reddito.

Lei ha una lunga esperienza in tema di vertenze. Come si affronta una trattativa sindacale, quali sono le priorità?
Un tavolo di trattativa è utile, efficace e riesce a dare risultati quando tutti hanno l’assillo di uscire con una soluzione nel rispetto degli interessi dei soggetti che rappresenta. Da una parte i lavoratori, che devono avere un posto sicuro, dall’altro gli interessi delle imprese, le quali devono considerare la produttività e la redditività utile a sostenere quei posti di lavoro.

Quanto incidono i pregiudizi delle parti, se ci sono?
La prima cosa che chiedo quando mi siedo a un tavolo è di lasciare la propaganda fuori da quella sede. Perché umilia i lavoratori che si rivolgono a governo, sindacato e datori di lavoro per trovare una soluzione, non per ascoltare polemiche di chi è contro questa o quella riforma. Come dicevo prima, se il confronto non si trasforma in un’azione ideologica di opposizione al governo e quando prevale il buonsenso, si riescono a ottenere importanti risultati. Una crisi aziendale richiede una grossa preparazione del governo, dei rappresentanti delle imprese e dei lavoratori. Bisogna andare oltre le affermazioni generiche e misurarsi sul merito. E soprattutto, occorre avere la disponibilità al confronto.

 

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