Pistole, ronde e avvocati gratis Il Far West della Lega neroverde

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Salvini non riesce a cambiare pelle: il Carroccio archivia Zaia e punta sulla xenofobia

L’avversario più pericoloso di Matteo Salvini è senza dubbio Matteo Salvini. Proprio non ce la fa a staccarlo del tutto: il primo ha appena deciso che (almeno in questa fase) il volto spendibile come futuro candidato premier è il veneto Luca Zaia, che il secondo gli ruba la scena apparendo in tv h24 a tuonare contro i ladri «morti sul lavoro», gli immigrati «che rubano», i cittadini costretti «a dormire con la pistola sul comodino invece di un romanzo». Così la Lega verdenera, unita nell’abbraccio nazionalista ed eurofascista di Marine Le Pen, è sempre più neroverde. Salvini è uno e bino. Ha invitato tutti alla manifestazione del risorto centrodestra (sotto la sua egemonia, ovviamente) l’8 novembre a Bologna con «mamme, nonne e passeggini per una bellissima giornata», ma in cuor suo se Forza Italia non tentennasse preferirebbe di gran lunga «fermare l’Italia» con una serrata di tre giorni per tentare la spallata al governo. Vagheggia di far uscire dall’Anci il Carroccio, salvo che i suoi sindaci non ci pensano nemmeno. Dispensa ovunque luoghi comuni su quanto vorrebbe che fossero le divise a tutelare gli onesti contribuenti anziché il fai-da-te, però rispolvera un’idea che persino An aveva abbandonato: il servizio di leva obbligatoria. Guida un partito sedicente cattolico (a modo suo) eppure riesce a polemizzare con l’intera gerarchia ecclesiastica, dalla Cei accusata di fare business sull’immigrazione a Papa Francesco, troppo tollerante con i migranti e reo di caldeggiare addirittura l’amnistia.

È un bel problema per la Lega. Vorrebbe essere più di governo e meno di lotta per trainare la coalizione di destra, egemonizzando Berlusconi, e costruire una futura alternativa di governo. Ma non riesce: i sondaggi, da giugno a oggi, le attribuiscono uno-due punti percentuali in meno. Ferma intorno al 13 %, che non è poco ma nemmeno abbastanza per rendere strutturale il vagheggiato sorpasso sui “cugini” azzurri. Come se fosse arrivata al massimo delle potenzialità, all’apoteosi delle sue capacità di convincere i cittadini che oltre a sbraitare sa pure governare. Ed è tutta colpa di Salvini. Lui – va detto – ci ha provato. È andato a Cernobbio, al selezionato Forum Ambrosetti, e si è messo la cravatta al posto della felpa, promettendo meno tasse anziché più ruspe. La platea di imprenditori però è rimasta tiepida, senza lasciarsi incantare dalle promesse. In fondo, un po’ come la Nigeria dove il leader padano voleva sbarcare in pompa magna per portare «affari e sviluppo» e che invece non gli ha concesso il visto. Salvini ha sospettato un losco sabotaggio da parte di Palazzo Chigi, invece i nigeriani hanno fatto proprio lo slogan leghista e hanno deciso di «aiutarlo a casa sua» lasciandolo in Padania.

Fatto sta che nella Lega verdenero, nata dall’abbraccio sui banchi dell’Europarlamento con gruppi estremisti e xenofobi – come il Front National francese, il Vlaams belga, il Pvv olandese, la Fpoe austriaca (l’ex partito di Haider) – il verde è sempre più sbiadito. Ammainata la bandiera del federalismo, il “Matteo di opposizione” torna a guardare all’Italia unita e possibilmente dalla prospettiva di Palazzo Chigi: sbarca al Sud grazie all’attivismo del suo plenipotenziario Raffaele Volpi con il brand «Noi con Salvini», fonda circoli in Puglia e Sicilia imbarcando pezzi di ceto politico locale con operazioni ad alto tasso di trasformismo, inaugura proprio a Roma Ladrona (non più tale) la prima sede della sua scuola di formazione politica. Piccole patrie addio, si diceva. Il cavallo di battaglia di Bossi e dell’ideologo Miglio, ma anche di una generazione di leghisti duri e puri, non va più. Tanti i motivi, e su questo il fiuto del 40enne leader delle camicie verdi non ha sbagliato. In Italia, la Lega che ha governato a lungo con la Casa delle libertà non ha ottenuto un briciolo di federalismo fiscale. In Europa, le vicende della Scozia e della Catalogna fanno intuire un’amara verità: che le forze federaliste sono poderose fino a un istante prima di ottenere la maggioranza, quando il gioco si fa duro e si tratta di governare davvero, però, i cittadini si affidano all’usato sicuro degli Stati nazionali. Così, alla fine, al Carroccio non resta che la buona vecchia strada della sicurezza che non c’è, della paura dei ceti deboli da cavalcare, del dolore di chi ha perso un congiunto da aizzare, dei drammi da trasformare in occasioni di consenso elettorale. È anche un sistema efficace per distogliere elettori e potenziali tali dai guai giudiziari del Pirellone, dal governatore Bobo Maroni in giù. Salvini sta con il pensionato di Vaprio D’Adda che ha sparato a un ladro di origine albanese, e sono ancora in corso gli accertamenti sulla dinamica esatta della vicenda. Sta con il gioielliere di Ercolano che ha ucciso due rapinatori ed è stato minacciato dai loro parenti. Sta con chi preme il grilletto, in generale, perché «se ti entrano in casa mica puoi offrirgli tè e biscotti». Mentre Obama dalla Casa Bianca combatte una solitaria battaglia contro le lobby delle armi, che ritiene responsabili delle stragi innescate dalla follia nei college statunitensi, nei paesi della Lombardia si affollano i poligoni di tiro. Si organizzano ronde e i commercianti di impianti di allarme fanno affari d’oro. Mentre la Lega fa di tutto per intestarsi un moderno Far West. Maroni annuncia che il Pirellone pagherà le spese legali del pensionato, e chissà perché quelle sì e altre no. Il sindaco di Padova Massimo Bitonci propone – denuncia il dem Alessandro Zan – il gratuito patrocinio per i padovani «accusati di eccesso di legittima difesa se vittime di un delitto contro il patrimonio o la persona». E Gianluca Buonanno, sindaco di Borgosesia oltre che vulcanico eurodeputato, pensa a un bonus di 250 euro per l’acquisto di pistole a spese del Comune. Mancano solo il saloon e i bisonti.

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