Pio XII temeva una Camera ‘rossa’, per questo spinse per il bicameralismo

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Nella paura che il partito comunista e i suoi alleati vincessero le elezioni politiche, si riteneva che la Camera alta, cioè il Senato, potesse avere una composizione più moderata

La Santa Sede chiese ai costituenti cattolici e al primo presidente della Repubblica, Enrico De Nicola, di impegnarsi in favore del bicameralismo perfetto poiché temeva una vittoria politica di comunisti e socialisti alla Camera; il Senato avrebbe potuto in tal modo riequilibrare un risultato politico particolarmente temuto Oltretevere. Non solo il riconoscimento del concordato era dunque fra le priorità vaticane, anche il bicameralismo paritetico venne richiesto con insistenza ai politici cattolici dalle massime autorità vaticane.

E’ quanto mette in luce sull’ultimo numero della “Civiltà Cattolica”, il quindicinale dei gesuiti italiani, lo storico padre Giovanni Sale ricostruendo l’influsso che ebbe il Vaticano sui lavori della costituente attraverso i politici e i dirigenti della Democrazia cristiana. Fra l’altro viene svelato il lavoro diplomatico che precedette la visita del presidente Enrico De Nicola in Vaticano, De Nicola fu eletto capo provvisorio dello Stato dall’assemblea Costituente il primo luglio del 1946.

D’altro canto erano diverse le materie al centro dei lavori della Costituente, sulle quali la Santa Sede manifestava attenzione e preoccupazione a cominciare da quella concordataria; De Nicola, ben conoscendo i problemi sul tappeto, prese subito l’iniziativa e chiese un incontro con Pio XII in Vaticano, una visita di Stato; il che tuttavia non era affatto scontato: la Santa Sede voleva voleva assicurarsi prima che nel colloquio fossero ben presenti e trattati “gli interessi cattolici”, per questo bisognava mettere a punto un’agenda dei contenuti dell’incontro ben precisa.

D’altro canto erano emerse già dalle disparità di vendute sul modo di intendere i rapporti fra Chiesa e Stato fra il leader democristiano Alcide De Gasperi e la Santa Sede. Fra le altre cose, rileva la Civiltà Cattolica, De Gasperi “riteneva non più adatto alla società moderna il principio confessionale della religione di Stato, come pure alcune norme del Concordato del 1929 in materia matrimoniale (come, ad esempio, l’art. 34, che prevedeva l’irreformabilità delle sentenze ecclesiastiche da parte del giudice italiano), che a suo parere violavano il principio della sovranità dello Stato in un ambito che gli era proprio, quello giudiziario”.

Il tema dell’autonomia dello Stato dalla Chiesa insomma incombeva; allo stesso tempo in Vaticano c’era forte preoccupazione per le forze ostili alla Chiesa presenti all’interno dell’assemblea costituente. Così, la preparazione dell’incontro procedette per vie diplomatiche riservate e il 31 luglio De Nicola si recò Oltretevere dove ebbe un colloquio di 45 minuti con Pio XII: la visita significava in modo simbolico e concreto che da parte vaticana si riconosceva la Repubblica nata sulle ceneri della monarchia, nel frattempo i contenuti del colloquio erano stati ben definiti.

E questi ultimi ce li rivela padre Sale citando il direttore del tempo della Civiltà Cattolica, padre Giacomo Mategani, “il quale così riportava ai suoi confratelli della rivista le parole che il Papa gli aveva detto a tale riguardo durante la consueta udienza: ‘Il Santo Padre aveva detto che l’On. De Nicola aveva avuto previamente assicurazione dei partiti su tre punti, a cui pare fosse stata condizionata quella udienza ufficiale, riuscita molto cordiale e gradita: e cioè conservazione dei Patti Lateranensi, sistema bicamerale e indipendenza magistratura’”.

Questo passaggio viene così commentato così, oggi, dalla prestigiosa rivista dei gesuiti: “Interessante, anche in merito all’attuale dibattito sulla riforma costituzionale, è il cenno che il documento fa all’adozione del sistema bicamerale (paritetico), sul quale il Papa contava molto. Ciò risulta anche da altra documentazione ecclesiastica. Come mai la Santa Sede era interessata a un elemento dell’’ingegneria costituzionale’ che non riguardava in nessun modo questioni di carattere religioso o morale? Il motivo è da ricercare nella paura che il partito comunista e i suoi alleati vincessero le elezioni politiche, cosa del resto non improbabile. Si riteneva che la Camera alta, cioè il Senato, potesse avere una composizione più moderata, in ogni caso diversa, da quella della Camera dei deputati, che si immaginava più ‘rossa’. Il bicameralismo perfetto, in qualche modo — pensava il Papa —, avrebbe riequilibrato il sistema politico, rendendolo meno esposto a tentazioni ‘populiste’. Il che, come è noto, non è avvenuto”.

Infine, si osserva come questo tipo di rapporto ombelicale fra Santa Sede e politica, si sia poi concluso con il Concilio, quando la Chiesa ha definitivamente riconosciuto l’autonomia dello Stato rispetto alla sfera religiosa: “Il Concilio Vaticano II – chiarisce la Civiltà Cattolica – fissando il principio dell’autonomia delle realtà secolari, ha segnato un momento di ‘svolta’ nella comprensione dei rapporti tra sfera religiosa e sfera secolare e quindi anche nei tradizionali rapporti tra Stato e Chiesa”. “Questa indicazione – si rileva ancora – è stata poi recepita, a livello globale, dalle diverse Chiese locali, dalla Santa Sede, e in particolare dagli ultimi Pontefici.

La Chiesa al tempo di Papa Francesco ha chiaramente manifestato l’intenzione, su questa materia, di non voler più dare adito a sospetti di collateralismo con il potere politico — archiviando una pratica che nel passato anche recente, almeno in Italia, non era stata talvolta disdegnata dalle gerarchie ecclesiastiche per difendere i cosiddetti ‘interessi cattolici’ —, riconoscendo l’autonomia dello Stato e rispettandone l’ambito di competenza e di azione nello spazio pubblico”.

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