Pink Floyd, Ummagumma: viaggio verso una nuova identità

Musica
Pink-Floyd-Ummagumma-1969

Esce il 25 ottobre 1969 un disco cruciale per la storia dei Pink Floyd. Attraverso il quale diventano più forti che mai

Quarto capitolo di quell’intricato romanzo che è la storia dei Pink Floyd, Ummagumma occupa il territorio di mezzo tra la dipartita di Syd Barret e la consacrazione degli anni settanta; un periodo in cui la band inglese acquisisce sempre maggiore consapevolezza e rielabora il proprio suono in virtù del nuovo assetto del gruppo.

Abbandonata del tutto la forma canzone di stampo ‘barrettiano’, i nostri approdano in territori destrutturati e gravidi di influenze, che lambiscono il rock progressivo e la pura sperimentazione, sempre nella totale libertà di approccio che li ha contraddistinti.

Libera da vincoli è anche la struttura del disco, un doppio album; il primo, registrato dal vivo, si apre con l’esecuzione di una dilatata Astronomy Domine, pezzo di Syd Barret, al quale si sostituiranno Gilmur e Wright alla voce.

Mentre il primo vinile è la fotografia di un gruppo in stato di grazia, che rielabora dal vivo brani dei primi due dischi (con la sola eccezione di Careful with that Axe, Eugene), il secondo è interamente registrato in studio; ogni composizione è ad opera di un singolo componente della band, e divisa in più parti.

Apre le danze il tastierista Richard Wright, autore di una suite in quattro movimenti, Sysyphus: musica classica e avanguardia si fondono in un tentativo che concilia barocchismi e deviazioni free form. Il risultato finale è abbastanza controverso: per alcuni penalizzato da un approccio eccessivamente pretenzioso, per altri giusto punto d’incontro tra sperimentalismo e classicismo.

Seguono due brani di Roger Waters, il quale, avvalendosi dell’immenso archivio degli Abbey Road Studios, fa abbondante uso di loop e tappeti sonori; per la sua ballata pastorale Grantchester Meadows sfrutterà un massiccio panpottaggio, enfatizzando l’aspetto stereofonico dei suoni bucolici in sottofondo.

Il contributo di Gilmur è inscindibile dall’aneddotica che lo accompagna, materia arcinota per ogni fan dei Pink Floyd; si dice che il chitarrista fosse particolarmente intimorito dall’affrontare il banco di prova della scrittura, e telefonasse ripetutamente a Roger Waters, chiedendo aiuto.

Il secco rifiuto di quest’ultimo darà la stura ad un flusso creativo che, combinato con quello di Waters, setterà su vendite multimilionarie lo standard dei Floyd.

E non è difficile cogliere in questa, seppure acerba, The Narrow Way, Part 3, alcuni elementi della forma canzone che i Pink Floyd svilupperanno in tutto il suo potenziale lirico/melodico (e sostanzialmente commerciale) qualche anno più tardi.

Il disco in studio è chiuso da The Grand Vizier’s Garden Party, la composizione di Nick Mason, divisa in tre parti, e incentrata soprattuto sulla ritmica; percussioni, batteria, successioni di loop e pattern ritmici sono coadiuvati sporadicamente da flauti, nell’intro e nell’outro, e da altri loop tapes ambientali e riverberati.

Molto più di un semplice album di transizione, Ummagamma è il primo passo verso l’acquisizione di una nuova identità. I Pink Floyd scoprono che basterà unire di nuovo le quattro anime della band, che qui si sono cimentate in solitaria, per mettere in moto un meccanismo fatto di ingranaggi complementari: l’attitudine melodica di Gilmur, la profondità e il lirismo di Waters, la tensione alla musica colta di Wright, l’essenzialità e l’efficacia di Mason.

Anche per questo molti fan preferiscono, a quello in studio, il disco live di Ummagumma: una fotografia precoce della futura alchimia del gruppo.

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