Pollicardo e Calcagno: “Picchiati, umiliati. Non erano dell’Isis”

Libia
Una foto tratta dal profilo Facebook di Sabratha Media Center.mostra Gino Pollicardo (D) e Filippo Calcagno (S) dopo la liberazione  +++ATTENZIONE LA FOTO NON PUO' ESSERE PUBBLICATA O RIPRODOTTA SENZA L'AUTORIZZAZIONE DELLA FONTE DI ORIGINE CUI SI RINVIA+++

“Ci siamo liberati da soli. Nella casa non c’era più nessuno”. Rientrati i due tecnici rapiti. Solo in viaggio hanno saputo dei loro colleghi uccisi. Le salme ancora trattenute a Sabrata

Hanno spiegato di essere stati «minacciati» e «picchiati». Di aver cambiato almeno «due covi» in otto mesi. Di non essere mai stati «nelle mani di bande legate all’Isis». E di essersi liberati da soli: «Siamo rimasti nel covo per due giorni senza cibo e senza acqua, così abbiamo deciso di sfondare la porta della casa dove eravamo tenuti prigionieri e siamo riusciti a tornare liberi». Sono stati sempre insieme, «fino agli ultimi due giorni», quando sono stati separati da Salvatore (Failla) e Fausto (Piano). Ma della loro morte hanno saputo solo ieri, quando erano già stati consegnati al team italiano. La testimonianza che Gino Pollicardo e Filippo Calcagno fanno mettere a verbale davanti al pm della procura di Roma Sergio Colaiocco coincide con le prime ricostruzioni fatte filtrare in Italia nelle concitate giornate di giovedì e sabato. Conferma che la liberazione era attesa a giorni come garantiva «il canale» con cui è stata gestita la trattativa. I quattro tecnici sono stati divisi perchè, spiega una fonte d’intelligence che segue il dossier, «la consegna doveva essere fatta in due luoghi diversi per evitare pericolose concentrazioni». Ma nel trasferimento di Piano e Failla è poi capitata quella che viene definita «una variabile impazzita».

Continua a leggere

Vedi anche

Altri articoli