“Piacere, Ettore Scola”. Così a Roma si ricorda il Maestro

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Una bellissima Mostra: la sua sedia da regista, i manifesti, i ricordi

La sedia da regista. Nera, pieghevole, di legno e tessuto. Ettore Scola è scritto due volte: su un bracciolo e sullo schienale. E’ la prima cosa che i visitatori si trovano di fronte e colpisce anche perché è una sedia molto alta, più alta del normale. Ma era la sua sedia, non una qualunque sedia da regista. Scola infatti era un uomo molto alto.

Dietro c’è un cartellone già pieno di firme. Sono quelle dei primi visitatori di Piacere Ettore Scola, la mostra appena inaugurata al museo Carlo Bilotti di Villa Borghese, in corso fino all’8 gennaio 2017.

Curata da Marco Dionisi e Nevio De Pascalis e dedicata a Bruna Curzi Bellonzi, è suddivisa in nove sezioni distribuite in due piani.

Sotto – si avverte- la vita privata e artistica.

Sopra, lo Scola politico, i film di ambientazione romana, gli amici, e una bacheca dove sono esposti alcuni dei suoi tantissimi riconoscimenti e trofei.

David, Grolle, Palme, Orsi, Efebi, e quattro nomination agli Oscar come miglior film straniero (Una giornata particolareI nuovi mostriBallando ballandoLa famiglia).

Manca il Gran Premio Torino del 2012 che Scola restituì in segno di solidarietà verso i lavoratori precari del Museo Nazionale del Cinema.

Non era polemica la sua, ma una militanza partecipe che arrivava da lontano. Basta dare uno sguardo alle vecchie copie de l’Unità che sono esposte nella teca lì accanto. Parlano del suo impegno a favore del referendum sul divorzio, contro la guerra in Vietnam, e qualche anno più tardi, in pieno regime berlusconiano, della sua ‘insurrezione’ contro la logica degli spot che interrompevano i film in tv.

Una battaglia culturale, più che politica, che lo vide guidare il coro di protesta insieme a Federico Fellini, che culminò con una manifestazione pubblica al teatro Eliseo a sostegno della legge antispot proposta dal Pci. Era il 1989 e forse si riusciva ancora a sperare.

In realtà impegno politico, vita privata e lavoro sono dimensioni strettamente legate nella biografia di questo cineasta i cui amici più cari erano i suoi primi collaboratori.

Lo rivendica più volte negli scritti e nelle testimonianze audio che questa mostra ci offre, come in quell’intervista in un programma tv in cui era ospite insieme ad Armando Trovajoli che compose le musiche di tutti i suoi film: tutti tranne uno, La congiuntura, in cui Scola dovette affidarsi a Luis Bacalov perché Trovajoli “era impegnato a farne altri ventotto”. Scherzano i due e si danno a vicenda del cocciuto e del permaloso.

Siamo al piano superiore, e mentre il video manda le immagini dello studio televisivo, possiamo sentire la voce in cuffia senza disturbare nessuno.

Sulla parete di fronte, le testimonianze di molti amici e artisti: Monica Vitti (“Nessuno è ricco come lui di intuizioni sulle donne”), Louis Trintignant (“In Francia i registi sono noiosi, cerebrali, senza umorismo e ironia e per questo amiamo Scola”), Fanny Ardant (“Uno scrittore prestato al cinema con uno sguardo affettuoso sull’umanità”).

E’ difficile non lasciarsi catturare e disperdere da tutti i fili che ci tirano da una parte e dall’altra, tra un piano e l’altro. In queste stanze scorre tutto il cinema italiano e non solo.

Mastroianni e la Loren, entrambi sdoganati dai ruoli prevedibili a cui il pubblico era abituato. Di Mastroianni non gli interessava il latin lover, ma la capacità di restituire “l’omosessualità non evidente, solo intuita da gesti, cenni” di Gabriele, il protagonista di Una giornata particolare, accanto a unaLoren dal volto umano, truccato da Francesco Freda, che Scola caldeggiò a qualsiasi costo contro la volontà di Carlo Ponti, che fu anche il produttore del film.

Ma era Freda il suo truccatore di fiducia, colui che solo un anno prima, nel ’76, ‘ridipinse’ il volto di Nino Manfredi in Brutti, sporchi e cattivi, un film acclamato in Francia e molto discusso in Italia perché sovvertiva quel caposaldo della morale cattolica che voleva il povero beato, prima o poi. “Non diciamo coglionate: il povero è incazzato, campa malissimo”. Per questo il set venne scelto in cima a via delle Fornaci, vista cupolone, dove venne costruito il villaggio di baracche che tutti ricordiamo.

Ma torniamo alla mostra, alle locandine che si rincorrono senza permetterti di seguire pedissequamente l’ordine cronologico, che pure è rispettato. Ti viene voglia di saltare da un film all’altro, da una testimonianza all’altra. Stefania Sandrelli di C’eravamo tanto amati, o di quella Terrazza sul Lungo Tevere Flaminio dove la sinistra intellettuale di allora veniva sorpresa nei suoi ultimi afflati di vita. Ugo Tognazzi, Carla Gravina, Milena Vukotic, o Gérard Depardieu, Sergio Castellitto e Diego Abbatantuono di Concorrenza sleale.

E prima di tutti Alberto Sordi, grande amico che gli fu anche testimone di nozze e si racconta abbia cantato (benissimo) l’Ave Maria di Schubert contro le regole e la volontà del parroco.

Ma fu Vittorio Gassman a persuaderlo alla regia, interprete del suo primo film a episodi Se permette parliamo di donne (“Perché non lo dirigi tu?”).

Perché al cinema Scola era approdato dalla scrittura, come sceneggiatore di lungo corso e stretto collaboratore ai film di Dino Risi e Antonio Pietrangeli, ma prima ancora da quello sgabello che ormai non si usa più e che si chiamava il ‘negro’, colui che forniva le battute e le gag ai registi affermati.

E’ sua “Io Tarzan lei Cheeta tu bona” di Tototarzan, il film del 1950 scritto da Vittorio Metz con cui il giovane Scola incominciò a collaborare. Una battuta che sedusse subito anche Totò, e “quando Totò rideva, per me era come vincere l’Oscar”.

Vero è che il suo esordio fu come vignettista satirico nel Marc’Aurelio, il bisettimanale in cui entrò come stagista a diciassette anni.

Anche queste testimonianze fanno parte della mostra, insieme alle sceneggiature dei film più celebri come Il sorpassoLa picarescaBrutti, sporchi e cattivi. Insieme ai costumi di Massimo Troisi e Ornella Muti per Il viaggio di Capitan Fracassa firmati da Odette Nicoletti, che visti da vicino sono ancora più belli. Insieme a molti oggetti quasi feticcio, la vecchia Olivetti nera M 40 sul tavolo (verde) della redazione di Che strano chiamarsi Federico, o il macinino di Antonietta/Sofia di Una giornata particolare.

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