Perde l’uso delle gambe, ma non l’amore per le grandi sfide. Ecco la storia del ciclista Luca

Tipi tosti
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Ventidue anni fa l’incidente, poi una nuova vita

In macchina, da solo, per quasi nove ore. Ha percorso circa 670 chilometri, da Perugia a Bormio, concedendosi solo due pause – per una cena e una dormita – in una stazione di servizio. E’ arrivato nel luogo della partenza all’alba, ha lasciato l’auto e si è messo sulla sua carrozzina Progeo, tutta in carbonio, per scalare di nuovo lo Stelvio e aiutare il Soccorso Clown. I primi sei chilometri li ha percorsi ad una velocità superiore ai tre chilometri orari. Dopo una pausa, gli ultimi quattro li ha fatti con i 300 ciclisti dello Stelvio Challenge,affrontando una pendenza media della salita pari al 10 per cento.

Un folle? Di sicuro, uno tosto, visto che ad avventure come questa, Luca Panichi, non è nuovo. Quarantasette anni, perugino, una Laurea in Scienze Politiche, un Master in Consulenza e Comunicazione politica a Roma, collaboratore della NWG di Prato sulla Green economy referente Csen per lo Sport integrato, e una passione: il ciclismo, praticato a livello agonistico per 17 anni.

Ventidue anni fa un incidente gli ha fatto perdere l’uso delle gambe, ma non l’amore per le grandi sfide. “Ho partecipato, attestandomi al quarantesimo posto – racconta – a 2 Giri d’Italia dilettanti con le rappresentative regionali delle Marche e dell’Umbria, vinti da Marco Pantani e Gilberto Simoni.

Il 18 luglio del 1994, al Giro dell’Umbria, che si percorreva da Viterbo a San Martino al Cimino, fui travolto da un’auto, proprio laddove l’anno precedente avevo vinto con la mia squadra il Giro dell’Umbria. Una coincidenza clamorosa! L’incidente mi ha provocato una lesione cervicale. Avrei potuto perdere la vita. La prima fase è stata durissima, perché, solo dopo nove mesi, ho subito un intervento chirurgico di stabilizzazione, che mi ha permesso di recuperare l’uso delle mani. I tempi della riabilitazione si sono dilatati a dismisura. Ma non mi sono mai sentito sconfitto. Ero sempre in uno stato di sospensione, tipico dell’atleta, sai quello che la domenica non ha conseguito il risultato sperato, ma che il lunedì è pronto per ripartire e migliorarsi.

Ricordo che piansi tanto esattamente dopo un anno dall’incidente: il 18 luglio del 1995. Mi trovavo in Germania, in ospedale e mi fecero vedere la foto del viso di Fabio Casartelli, ciclista, insanguinato. Era deceduto al Tour De France durante una gara. Aveva avuto da due mesi un figlio. Una tragedia che mi segnò molto e mi permise di continuare ad essere l’uomo-atleta di sempre. Ogni anno vado a consegnare un premio personale all’atleta più combattivo al Gp Capodarco internazionale dilettanti Memorial Casartelli per mantenere forte il mio legame con il ciclismo ed i valori che riesce a trasmettere”.

Come hai fatto a non mollare? “Forse – risponde – è stato grazie alla mia famiglia, che mi è sempre stata vicina. O forse è stato merito di quel pretino del Cto di Firenze in cui ero ricoverato, che mi ripeteva di continuo: Sempre avanti. Forse sono state la preghiera e la mia fede in Dio. O i diciassette anni di uno sport che mi ha insegnato a vedere nei limiti non ostacoli, ma punti da cui ripartire, se non anche la fortuna nell’incidente, che non mi ha tolto la possibilità di una vita sessuale piena. Non mi so dare una risposta. So solo che continuo ad essere innamorato della vita- lo testimonia la mia serenità – e ho imparato a vivere con maggiore passione e determinazione. E’ per questo che ho accettato di fare da coach ai ragazzi delle scuole elementari e medie negli istituti di Magione di Passignano (Pg), e di seguire a Camerino e a Perugia progetti di Sport integrato multidisciplinari a partire dal prossimo anno scolastico”.

Dopo la scalata dello Stelvio del 24 giugno scorso, ci sarà quella del Ghisallo nella Gran Fondo dedicata a Fabio Casartelli sul lago di Como. E’ in programma per il 17 luglio prossimo. Seguirà lasfida al tempo di gara nel Gp Capodarco e la Maratona d’Italiaad ottobre. Si partirà da Maranello e si arriverà a Carpi. Obiettivo: fare 42 chilometri sotto le 4 ore e proseguire con i successi conseguiti nella Colle Marathon dei valori di Barchi, nel Pesarese.

Paura? “Be – sorride – di sfide ne ho superate altre ben più toste. Nel 2009 mi capitò di scalare gli ultimi cinque chilometri del Blockhouse al Giro d’Italia di ciclismo dei professionisti. Gli ultimi 50 metri furono teletrasmessi in diretta durante la cronaca della tappa con commento finale di Cassani e Bulbarelli. Quel giorno presi una decisione: avrei fatto ogni anno una salita che, in genere, coincide con l’arrivo di una tappa del Giro d’Italia per professionisti. Avevo voglia di rivivere sensazioni forti, darmi ulteriori stimoli e condividere con gli altri la mia passione, trasmettendo entusiasmo e serenità. Sto mantenendo fede a questa promessa”.
Nel 2010 Luca ha scalato Terminillo e Tonale. Poi il Grossglockner. Nel 2012 il Passo dello Stelvio, l’anno successivo le Tre cime di Lavaredo, nel 2014 l’Inferno dello Zoncolan, nel 2015 il Colle delle finestre.

Sulla sua maglietta portafortuna, ci sono cinque rifermenti: La Bicicuore diabete onlus, guidata da suo fratello gemello David, la Marina Romoli onlus, la Fondazione Casartelli, lo Csen e l’Avanti tutta di Leonardo Cenci.

Luca supporta anche la Fondazione Vertical a sostegno della ricerca sulle lesioni midollari, attraverso il Progetto Modelle & rotelle.
Per gli allenamenti segue un ritmo di tre uscite settimanali.

“Come mi carico? – risponde – Con Elisa. Soprattutto con una delle sue canzoni. Quella che dice: E miracolosamente non ho smesso di sognare, miracolosamente non riesco a non sperare, e se c’è un segreto, è fare tutto come se vedessi il sole e non qualcosa che non c’è. Che è come il percorso della mia vita in cui ho semplicemente trasferito tutto il mio bagaglio psicofisico in una vita nuova. Senza tristezza, con amore e curiosità per gli altri e quello che faccio”.
In futuro? “Scalate – conclude – e di sicuro green economy, sociale, no profit e politica, un’altra mia passione di sempre”.

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