Perché Renzi attacca i Paesi dell’Est Europa: i rischi e la posta in gioco

Scenari
epa04912564 Prime Ministers Viktor Orban of Hungary (L-R), Bohuslav Sobotka of Czech Republic, Ewa Kopacz of Poland, and Robert Fico of Slovakia pose for a family photo during Visegrad Four countries extraordinary summit  in Prague, 04 September 2015. The main purpose of the extraordinary summit of V4 countries is to issue a joint declaration on the course of action V4 countries will take with regard to the current migration crisis in Europe.  EPA/FILIP SINGER

La battaglia del premier italiano all’insegna dello slogan “date (solidarietà) o vi sarà tolto (denaro)”

Tagliare i fondi strutturali, nel caso in cui, sulla crisi dei rifugiati, l’Europa centrale continuasse a mostrarsi poco solidale. Questa è l’ipotesi che Matteo Renzi ha evocato per ben due volte nei giorni scorsi. La prima al Consiglio europeo della scorsa settimana; la seconda durante il recente incontro, a Roma, con la stampa estera.

In realtà, il presidente del Consiglio aveva già toccato questo tasto, ben prima che i Paesi dell’area Visegrad, vale a dire Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia, decidessero di formalizzare la linea delle “porte chiuse”, da anteporre a quella tedesca delle “porte aperte”. In un’intervista a Die Welt, concessa a dicembre, Renzi aveva sostenuto che «l’Europa occidentale ha pagato un prezzo molto alto per l’allargamento. Non è giusto che questi Paesi, ora, ci dicano cosa fare», affermando inoltre che «c’è una divisione tra chi vede nell’Europa un ideale e chi guarda ai vantaggi economici che essa rappresenta».

Insomma, il senso del ragionamento renziano è che non si possa stare in Europa soltanto per incassare fondi strutturali, tra i carburanti più raffinati alla base della crescita della “nuova” Europa (ne riceve molti anche l’Italia ma non li usa altrettanto bene), ma bisogna anche dare, se si è richiesti di procedere sulla via della solidarietà.

Fondi strutturali europei per il periodo 2014-2020. In evidenza, i Paesi dell'area Visegrad (clicca per ingrandire)

La distribuzione dei Fondi strutturali europei per il periodo 2014-2020. In evidenza, i Paesi dell’area Visegrad (clicca per ingrandire)

 

La linea di palazzo Chigi non è tra l’altro isolata. Anche il vice primo ministro belga, Alexander De Croo, ha esternato grosso modo lo stesso pensiero. Lo riferisce il sito Politico.eu.

Ma come sono state prese, oltre il crinale della vecchia cortina di ferro, le minacce di Renzi? Non benissimo in Ungheria, dove il portavoce del governo guidato da Viktor Orban ha parlato di «ricatto politico». In Polonia il tema, da prima che il presidente del Consiglio lo esplicitasse, è già presente del dibattito politico. Un recente servizio di Radio Polonia, emittente di stato, ha messo in luce proprio il rapporto tra la pioggia di fondi strutturali (Varsavia ne è la beneficiaria maggiore) e la riluttanza a coordinarsi con Bruxelles sui rifugiati, riferendo che non troppo in là nel tempo – a dicembre secondo Reuters – si aprirà il negoziato sulla ripartizione del budget europeo nei prossimi anni. L’attuale copertura è fino al 2020.

Le voci di corridoio a Bruxelles, veniamo a sapere, convergono sul fatto che in effetti, anche se non esplicitamente, l’ostracismo dell’Est sui rifugiati potrebbe pesare, nel momento in cui i contribuenti netti, in altre parole la “vecchia” Europa, dovranno mettere mano al portafoglio. Le riflessioni di Renzi potrebbero alludere a questo, ma sono incardinate ovviamente all’oggi: alla necessità che l’Europa centrale si ammorbidisca e non scavi un fossato tra sé e la Germania, lasciando sempre più sola Angela Merkel (mentre i francesi e gli scandinavi lanciano messaggi chiari sull’accoglienza), con il rischio che saltino definitivamente le sue porte aperte e persino Schengen.

Contribuenti e riceventi bilancio Ue 2014

 

In tutto questo, l’Italia ha un interesse nazionale chiaro da difendere, dato che è verosimile che la rotta balcanica diventi ben presto sempre meno praticabile e riprendano dunque con intensità gli sbarchi in Sicilia. Se l’Austria dovesse controllare con rigore il Brennero, il Tarvisio e gli altri valichi di frontiera, come annunciato, l’Italia avrebbe un’emergenza da gestire.

Lo scenario evocato dal premier italiano – date o vi sarà tolto – è però un’arma a doppio taglio. Sentendosi sotto pressione, l’Est potrebbe correggere il tiro. Ma anche radicalizzare le sue posizioni. Renzi non deve sottovalutare le reazioni emotive che parole e concetti quali solidarietà e costo politico dell’allargamento suscitano a Est. In questi Paesi c’è la convinzione che la solidarietà che viene richiesta venga sottratta a quella di cui ancora si ha bisogno. Uno schema simile è sbagliato, fuori misura e forse anche vittimista, ma non bisogna ignorare che è informato dalla “geografia dei sentimenti”, che tiene conto, in merito a questo aspetto, del fatto che se l’Europa di mezzo finì dopo la Seconda Guerra Mondiale nel campo comunista non fu solo una conseguenza dell’aggressività sovietica, ma anche dei calcoli fatti nel mondo occidentale.

Quanto al costo politico dell’allargamento, i paesi dell’area Visegrad sono dell’avviso che la fatica del processo sia stata avvertita anche nel loro perimetro. Sono state digerite tonnellate di riforme e fatti molti sacrifici, allo scopo di centrare l’ancoraggio nello spazio euro-atlantico, che è non solo una questione di soldi, ma anche di sicurezza e “destino”. Senza contare che i fondi strutturali hanno un’evidente ricaduta non solo a Est, ma anche a Ovest. Lo sanno qualcosa le aziende della “vecchia” Europa, comprese quelle italiane, che hanno trovato oltre l’ex cortina di ferra retroterra produttivi e mercati nuovi.

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