Perché Putin sta bombardando la Siria: ecco i suoi calcoli

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epa04957358 Russian President Vladimir Putin holds a meeting with government members at Novo-Ogaryovo residence outside Moscow, Russia, 30 September 2015. Russia has begun conducting airstrikes against the Islamic State militant group in Syria, Russia's Defence Ministry confirmed, according to the Interfax news agency.  EPA/ALEXEY NIKOLSKY / RIA NOVOSTI / KREMLIN POOL MANDATORY CREDIT  ALTERNATIVE CROP OF epa04957290

Per alcuni il presidente russo agirebbe solo d’istinto. In realtà sa perfettamente cosa vuole ottenere

C’è una corrente di pensiero politologica e giornalistica secondo cui Putin non calcola più, agisce solo in base al puro istinto e spesso scavalca il limite oltre il quale la logica sfuma, fino a diventare irrazionalità.

Sarebbe andata così in Ucraina e la storia potrebbe ora ripetersi in Siria, dove Mosca, intervenendo militarmente, si è infilata in una situazione incredibilmente complessa. Che viene drasticamente sintetizzata. La crisi siriana – si argomenta grosso modo in Russia – nasce dal tentativo di disarcionare Assad, probabilmente fomentato da occidente; il regime di Damasco è assediato dal terrorismo, che non avrebbe questa potenza di fuoco se l’Occidente non avesse commesso clamorosi errori, a partire dalle offensive irachena e afghana; la Russia vuole sconfiggere il terrorismo e a differenza di americani e francesi, che bombardano le postazioni dello Stato islamico senza copertura internazionale, agisce nel rispetto della legalità e ha offerto il suo intervento solo dietro richiesta formale del governo siriano.

siria-iraqLa semplificazione è un po’ radicale, pur presentando elementi non controvertibili, taglia via tante sfumature. Per giunta tralasciando il fatto che se la Siria è diventata un’emergenza mondiale, anche a livello umanitario (prova ne è il fiume di persone che l’hanno lasciata mettendosi in marcia verso l’Europa), è innanzitutto colpa dei barili-bomba che il regime scarica senza porsi scrupoli sulla propria gente.

Si potrebbe opinare anche sull’insistenza riposta sulla legalità internazionale, in questa come in altre occasioni. La Russia non è un’eccezione virtuosa. Il senso di Mosca per la legalità internazionale è quello tipico di ogni potenza: è “alla carta”. Tra la battaglia contro l’indipendenza del Kosovo dalla Serbia e lo smembramento dell’Ucraina, cui è stata sottratta la Crimea (senza dimenticare la partizione della Georgia nel 2008), è d’altronde difficile intravedere una linea di coerenza.

Ma le mosse in Ucraina e Siria, tornando all’inizio di questa storia, non sono affatto animate dall’irrazionalità. Putin sa perfettamente ciò che vuole e ciò che vuole corrisponde alla tutela degli interessi strategici del Paese di cui è a capo dal 2000. Se in Ucraina lo strappo della Crimea è stato funzionale all’esigenza di preservare l’avamposto di Sebastopoli (dove ormeggia la flotta russa sul Mar Nero) e le sponde offerte ai separatisti dell’est aiutano a ingolfare Kiev, bloccandone le velleità occidentaliste, in Siria si tratta di blindare il porto di Tartus, che in base a un’intesa vecchia di quarant’anni dà alla marina russa un affaccio sul Mediterraneo. L’unico. Rischierebbe di perderlo, se dovesse cadere il regime di Assad. Ipotesi che negli ultimi tempi è sembrata più che mai concreta. Da qui la scelta di usare l’aviazione in Siria.

Va da sé che non ci sarebbe nulla di razionale nel solo atto di scagliare bombe. Si presume che Putin abbia fatto i suoi calcoli. La Russia irrompe direttamente nell’arena siriana nel momento in cui la strategia americana denuncia i suoi limiti e con la stagione segnata dalle presidenze Obama entrata nel suo ultimo scorcio (magari l’inquilino della Casa Bianca vuole chiudere il secondo mandato con un grande accordo sulla Siria?). C’è qualche margine di manovra, anche tenendo conto che Putin può contare sul non trascurabile appoggio israeliano. Le posizioni sul futuro di Assad restano comunque molto distanti: Washington lo vuole fuori di scena, Mosca lo vede ancora come uno dei soggetti negoziatori nella transizione.

Calcolare significa anche difendersi. La Russia non attraversa un felice momento economico. Giocare così all’attacco in Siria può anche servire a rimettersi al centro della scena, presentandosi come parte imprescindibile della soluzione e sperando che l’Occidente allenti una morsa commerciale e finanziaria che non ha certo prodotto l’isolamento ma, grazie al crollo del petrolio, ha senz’altro fatto male. Certo è che, in un futuro molto nebuloso, difficile da capire, c’è l’impressione che, malgrado l’abilità di calcolo, sulla Siria Putin si sta prendendo rischi molto maggiori rispetto a quelli che aveva tollerato in Ucraina.

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