Perché non basta opporre una retorica europeista a quella dei nazionalismi

Brexit
Schermata 06-2457565 alle 19.23.00

Il discorso sulla Brexit sembra essere dominato dallo scontro tra narrazioni totalmente antitetiche. Da una parte le retoriche nazionalistiche dall’altra quella europeista. E se per depotenziare le prime fosse necessario abbandonare anche la seconda?

La globalizzazione è il tratto più caratteristico della nostra epoca. “La diffusione su scala mondiale, grazie ai nuovi mezzi di comunicazione, di tendenze, idee e problematiche”, secondo definizione da dizionario. O anche: “la tendenza dell’economia ad assumere una dimensione mondiale, superando i confini nazionali, grazie al mercato dei capitali”.
E uno dei risultati più macroscopici, da ascrivere a un fenomeno di tale portata, è la totale polarizzazione delle idee: la morte della mediazione (la dialettica) e la radicalizzazione dei fondamentalismi. Semplicemente perché uniformare vuol dire espellere le differenze, confinandole in una dimensione di conflittualità.
Come scrive Aldo Giannuli: “Il tempo della globalizzazione, almeno sin qui, è stato tempo dei fondamentalismi e, se gli islamici hanno avuto lo Jihadismo, l’India il radicalismo induista, l’occidente ha avuto la sua espressione fondamentalista nel neoliberismo. Ed il fondamentalismo, per definizione, non ammette mediazione. Da questo è scaturita una visione della lotta politico-elettorale per la quale chi vince vince tutto e chi perde perde tutto, ed il potere di decisione appartiene tutto e solo al vincitore, mentre alla minoranza non resta altro ruolo che restare in panchina come possibile squadra di ricambio.”

Questo tipo di narrazione, che tende a polarizzare gli estremi in causa, è quello che va per la maggiore anche nell’analisi dell’uscita del Regno Unito dalla Comunità Europea. Sono i vecchi contro il sogno dei giovani, l’ignoranza contro la conoscenza, il male che assume connotati della tragedia contro il bene perduto.

La radicalizzazione delle retoriche è esattamente lo stesso contesto dove trovano terreno fertile, seguendo un lessico opposto ma complementare, il nazionalismo e “l’invenzione del barbaro”, perfettamente esemplificate in questo pezzo della scrittrice Claudia Durastanti, dove si racconta la campagna elettorale che ha preceduto il referendum come “una campagna politica che non ha spiegato niente, se non che il paese deve difendersi dalle versioni contemporanee degli Unni e i Visigoti”. Sintomatico di questa disinformazione, il fatto che subito dopo il voto ci sia stato un boom di ricerche su Google riguardanti la UE provenienti dal Regno Unito.
Seguendo questo tracciato si arriva a mettere legittimamente in discussione la possibilità stessa di affidare questioni così delicate al voto popolare. Ma di contro c’è da ammettere che non abbiamo ancora gli anticorpi, come sostiene questo pezzo su Wired, per sottrarci alla “dittatura del voto degli ignoranti”. Finché nella nostra nazione non scenderà il tasso di analfabetismo funzionale, sarà lecito pensare che nessun tipo di consultazione democratica sia esente da un voto quantomeno poco consapevole.

Schermata 06-2457565 alle 19.13.14

La copertina del prossimo numero del New Yorker ad opera di Barry Blitt

Ma tornando alle retoriche contrapposte, pro e anti Brexit; il rischio è che il linguaggio, molto spesso astratto, che connota positivamente l’Unione Europea (descritta ora come il progetto o il cammino, ora come il sogno o l’avventura) suoni ancora più ingannevole una volta rapportato alla realtà: una realtà percepita a livello trasversale, ben oltre le frange di popolazione più nazionaliste, come problematica, se non estremamente critica. Dai più, alla UE viene imputato uno strutturale deficit democratico; un assetto basato esclusivamente su esasperanti vincoli economici e una totale noncuranza sugli aspetti di tipo socio-culturale (lo stesso Matteo Renzi, a febbraio di quest’anno, rilevava come la UE fosse distante dallo spirito dei padri fondatori). Agli occhi dei più euroscettici la UE appare addirittura come un presidio oligarchico, ad oggi retto da un avvocato lussemburghese, Jean-Claude Juncker, al centro di uno scandalo su presunte tassazioni agevolate che avrebbero avvantaggiato un ragguardevole numero di multinazionali.
Sembrerebbe quasi che la comunità europea stia sistematicamente perseguendo un risultato contrario a quello dell’armonia e dell’integrazione dei popoli: la definizione dispregiativa di PIIGS (in inglese “maiali”), emersa in una certa area della stampa economica per descrivere un gruppo di paesi finanziariamente non virtuosi (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna) pare ratificare gli effetti nefasti di una politica ben poco lungimirante.

Cosa fare quindi?
Innanzitutto, potrebbe essere fondamentale abbandonare qualsiasi tipo di narrazione radicale.
Per provare ad arginare il famigerato spettro del nazionalismo, cavalcato da figure politiche poco rassicuranti, dobbiamo riconoscere che il germe di tali recrudescenze deriva anche da una sbagliata concezione di Europa. È necessario smettere di descrivere l’Europa malata che ci è stata propinata in questi anni con un lessico inappropriato e fantasmagorico (il sogno Europeo, che diventa, giocoforza, l’incubo). Dobbiamo renderci conto del problema della riduzione dei salari all’interno della UE, che va a colpire soprattutto la gente più povera: strati della popolazione messi nella condizione di essere soggiogati con facilità dalla retorica nazionalistica.

C’è quindi una via di mezzo, tra i due estremi dell’europeismo acritico e del nazionalismo, che sembra essere quella da percorrere come cammino salvifico: riconoscendo che i confini tra gli argomenti sono molto più sfumati e che il nemico da evitare è il polarizzarsi delle opinioni. Come ha scritto Paul Krugman (economista americano premio Nobel nel 2008) dichiarando il suo voto a favore del “Remain”, ma esprimendo fondamentali riserve verso questa concezione di Europa: “la cosa più irritante dell’UE è questa: nessuno sembra mai riconoscere o imparare dagli errori. Se c’è un qualche esame di coscienza a Bruxelles o a Berlino sulla terribile prestazione dell’Europa a partire dal 2008, è difficile scovarlo”.

Cambiare adesso, se non è già troppo tardi, significa demolire subito la nostra retorica europeista per depotenziare quella di segno opposto. Oppure possiamo continuare ad alimentare il conflitto con narrazioni polarizzate, costitutivamente opposte alla possibilità di comprensione: ma prepariamoci ad assistere alla disgregazione dell’Europa.

Vedi anche

Altri articoli