Perché l’Italia pone la questione delle sanzioni alla Russia

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epa04648562 Russian President Vladimir Putin (R) speaks with Italian Prime Minister Matteo Renzi (L) during their meeting at the Kremlin in Moscow, Russia, 05 March 2015. Renzi is on a working visit to Moscow at the invitation of Vladimir Putin.  EPA/SERGEI KARPUKHIN / POOL

La questione energetica e le ambiguità della Germania. Venerdì ne discutono gli ambasciatori degli Stati membri della Ue

Nell’agenda ufficiale del consiglio dei capi di Stato e di Governo europei non c’è ufficialmente il rinnovo delle sanzioni economiche che i 28 stanno applicando nei confronti della Russia. Ma del tema si parlerà comunque nella riunione dei rappresentanti permanenti degli Stati membri. I provvedimenti si legano come noto alla crisi ucraina e all’attuazione delle soluzioni politiche con cui, secondo gli accordi di Minsk, dello scorso febbraio, Kiev e i ribelli filorussi dell’est, sostenuti da Mosca, dovrebbero entro la fine del mese blindare il quadro della normalizzazione.

Non si arriverà a tale traguardo. Il decentramento amministrativo, che dovrebbe consegnare all’est ucraino maggiore autonomia, vive solo sulla carta. Il ritiro di armi pesanti dal fronte procede e non procede. Negli ultimi tempi sono ripresi gli scontri. Sembra insomma che le parti vogliano mantenere la situazione in bilico, traendone rispettivamente dei vantaggi. In ragione di questo, le sanzioni alla Russia, che secondo Bruxelles non mitiga a dovere le intemperanze dei filorussi e risulta essere la principale responsabile della crisi ucraina, dovrebbero essere rinnovate. Ma non automaticamente, com’è stato finora. Stavolta c’è una novità e l’Italia ne è portatrice. Il governo Renzi, ribadendo comunque che l’impegno sulle sanzioni non viene meno, ha infatti chiesto ai soci europei una discussione sul tema.

La posizione è maturata nei giorni scorsi, spiazzando osservatori, ambasciatori, giornali. Dopotutto, lo stesso Renzi, durante il G20 di Antalya, tenutosi un mese fa, s’era accordato con François Hollande, Angela Merkel e David Cameron affinché le sanzioni fossero rinnovate senza passare da dibattiti e riflessioni.

Cos’è quindi che ha portato l’Italia a cambiare parzialmente rotta? Una prima risposta potrebbe arrivare dai numeri: vedono l’interscambio con la Russia in drammatica contrazione. Il sito dell’ufficio di Mosca dell’Ice rivela che dall’agosto 2014 a quello del 2015 è passato da 36 a 19 miliardi. Nell’export, un comparto trainante come la meccanica ha perso il 28%. L’agroalimentare, colpito dalle contro-sanzioni russe, perde quaranta punti percentuali e vede la quota di mercato scendere dal 3,3% al 2,4%.

Ma questa spiegazione non è sufficiente. L’Italia ci sta rimettendo da tempo e in Europa non è la sola a soffrire. Anche la Germania sta bruciando molti affari. Il suo interscambio con la Russia, sempre tenendo conto dei dati di agosto, gli ultimi diffusi dall’Ice, registra un chiaro dimagrimento: da 57 a 27 miliardi. Insomma, sarebbe poco sensato e poco diplomatico sparigliare solo sulla scorta dei numeri.

nordstreamUna lettura interessante è fornita dal Financial Times, secondo cui l’irrigidimento italiano è vincolato alla partita in corso su Nord Stream 2. In sostanza, è il raddoppio di Nord Stream, il gasdotto che correndo sul fondale Baltico porta in Germania l’oro azzurro della Russia, scavalcando l’Ucraina (cerniera energetica che Mosca vuole bypassare) e i paesi dell’Europa centrale, che saltano in piedi sulla sedia ogni volta che Berlino e Mosca stringono accordi.

Anche l’Italia, scrive il quotidiano londinese, guarda con estrema diffidenza, se non con irritazione, alla nuova intesa russo-tedesca, che instaura una linea di continuità tra le politiche energetiche di Angela Merkel e quelle del predecessore Gerhard Schroeder (spinse molto su Nord Stream e ha un incarico di primo piano nel consorzio). «L’Italia ritiene che Nord Stream 2 sia contrario allo spirito delle sanzioni alla Russia», ragionano gli autori dell’articolo, Peter Spiegel e James Politi. Mentre Bruxelles pensa che il raddoppio, tenuto conto che Nord Stream lavora al 50%, frenato dai limiti europei sulla concorrenza, non abbia senso.

La Germania è invece dell’avviso che l’accordo non debba finire sotto la lente comunitaria, perché il tracciato si snoda in acque internazionali. La posizione di Berlino è particolare. È il paese europeo che ha invocato le sanzioni alla Russia e costruito consenso intorno a esse, ma anche quello che sigla con Mosca accordi energetici rilevanti (compartecipati da aziende francesi, olandesi, britanniche e austriache), rifiutando che vengano inseriti nella cornice europea. Dal canto suo l’Italia rischia di passare – almeno su un pezzo della stampa del vecchio continente – come cavallo di Troia della Russia in Europa, ma parallelamente si allinea alle riserve espresse dall’Europa centrale e baltica, fermamente contraria a Nord Stream 2 e nettamente favorevole alle politiche sanzionatorie verso la Russia, accusata di revanscismo. Il quadro è sfumato, variabile, non necessariamente precostituito.

southstreamÈ sempre il Financial Times, infine, a notare che la posizione italiana potrebbe essere influenzata anche dalla morte di South Stream, gasdotto che avrebbe dovuto portare il gas russo in Europa (Vienna il terminale) transitando sul fondale del Mar Nero e risalendo dai Balcani. Il progetto è stato bloccato dallo scoppio della crisi ucraina. L’Eni era uno dei soci del ramo offshore della pipeline.

A ogni modo, venerdì, giorno in cui i rappresentanti in Ue degli Stati membri si pronunceranno sulle sanzioni, non dovrebbero esserci sorprese. Fino a prova contraria, l’efficacia di queste misure verrà rinnovata per altri sei mesi. Duranti i quali il gomitolo della diplomazia dovrà essere riavvolto non solo intorno alle partite su Nord Stream 2 e sulla Siria, ma anche e soprattutto in merito alla crisi ucraina.

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