Perché l’Est ha seguito Orban nella linea anti-migranti

Europa
epa04911165 Hungarian Prime Minister Viktor Orban gives a press conference at the end of a day of meetings with the leaders of European institutions in Brussels, Belgium, 03 September 2015. Orban was in Brussels for meetings with top-level EU politicians for discussions on the migrant and refugee crisis.  EPA/OLIVIER HOSLET

Il premier ungherese vola nei sondaggi. I colleghi di Repubblica Ceca, Slovacchia e Romania provano a cavalcare l’onda in un mix di cinismo, timori popolari e urne che si avvicinano

Azzarda Der Spiegel: sotto certi aspetti il vero vincitore della partita sui rifugiati è Viktor Orban. La tesi del settimanale tedesco si fonda sul gradimento che la posizione assunta sul tema dal primo ministro ungherese – nel suo complesso, dunque oltre la “muratura” del confine – ha riscosso non solo in patria, ma anche nel versante orientale dell’Unione europea.

Orban, sul primo dei due fronti, ha spezzato abilmente il quasi monopolio che Jobbik, partito radicale che lo incalza dall’estremità destra del parlamento magiaro, si stava costruendo sulla faccenda della difesa del confine e della purezza nazionale. La campagna insistita contro i migranti, la realizzazione della barriera al confine con la Serbia, quella in via di costruzione lungo la frontiera con la Croazia e la possibilità di piazzarne un’altra sulle linea che divide il paese dalla Romania incontrano il favore del 70% degli ungheresi, riporta Der Spiegel.

Quanto all’altro fronte, quello europeo, Orban può dirsi soddisfatto. Può spendere il fatto che le pance delle società dell’Europa occidentale brontolano forse non allo stesso modo di quella ungherese, ma neanche troppo diversamente (grafico). E s’è trascinato dietro un plotone di paesi ostili, più o meno agguerritamente, alla ridistribuzione dei rifugiati.

Ieri tre di loro, Repubblica ceca, Slovacchia e Romania, hanno votato contro questa misura durante il vertice dei ministri degli interni dei paesi membri dell’Ue. La decisione è stata approvata con una maggioranza qualificata, un po’ irritualmente. Il meccanismo è previsto, ma su temi sensibili si preferisce solitamente procedere sulla strada dell’unanimità. Non è stato possibile, dunque è scattata quella che The Politico ha definito l’opzione nucleare.

La faglia est-ovest tale è rimasta. L’unica consolazione, se così si può dire, è che la Polonia, il paese di peso maggiore, tra quelli di più recente ingresso, s’è allineata alla maggioranza nonostante in queste settimane avesse ripetutamente criticato il sistema delle quote.

Il gran rifiuto slovacco, ceco e romeno ha tante sfaccettature. Ci sono i fattori di matrice storica e culturale, certo. Questi sono paesi abbastanza omogenei, in termini di nazionalità. Sono abituati all’emigrazione, molto meno all’immigrazione. Hanno riconquistato la piena indipendenza solo nel 1989, quindi il rapporto tra interesse nazionale e politica comunitaria genera a volte nervosismo.

Eppure, più realisticamente parlando, ci sono anche dei fattori di puro consenso politico di cui tenere conto. Prima di tutto in Slovacchia. Il paese va al voto a marzo. Il primo ministro Robert Fico, a capo di Smer, partito della famiglia socialista europea, ha buone possibilità di restare in sella e non intende lasciar nulla al caso. Sta redistribuendo un po’, oliando il consenso anche tra chi non è riuscito a guadagnarci dalla crescita economica. Sa perfettamente, inoltre, che la maggioranza della popolazione diffida dei migranti e dell’alterità culturale nel complesso. E si regola di conseguenza, aggiungendo a tutto questo l’elemento “epico” della resistenza. La piccola Slovacchia che si oppone fiera alla grande Europa, in altri termini.

Fico non manca di spregiudicatezza e cinismo. La riprova arriva dalla sua prima esperienza da premier, tra il 2006 e il 2010, quando pur di governare imbarcò nella coalizione l’ultra-nazionalista Jan Slota e l’ex primo ministro isolazionista Vladimir Meciar. Per addolcirli avviò una contesa legale e verbale con la minoranza ungherese, concentrata nel meridione del paese.

Oggi Slota e Meciar sono scomparsi dalla scena politica. L’obiettivo è annacquare il potenziale elettorale – a quanto risulta limitato, ma non si sa mai – del Partito popolare-Nostra Slovacchia, formazione di destra radicale guidata da Marian Kotleba, governatore della regione di Banska Bystrica. Ha già organizzata due manifestazioni anti-migranti nella capitale Bratislava. Ha rumoreggiato anche a Gabcikovo, villaggio dove sono alloggiati diversi migranti “delocalizzati” dall’Austria, secondo accordi tra il governo di Vienna e quello di Bratislava.

Protesta dell’estrema destra slovacca nel villaggio di Gabcikovo

Nella vicina Praga non ci sono appuntamenti elettorali a strettissimo giro. Ma i partiti guardano avanti. Sono già proiettati sul ciclo elettorale che partirà nell’autunno 2016, quando i cechi verranno chiamati a rinnovare un terzo del senato. Nel 2017, in teoria sempre in autunno, si terranno invece le legislative. Mentre nel 2018 sarà la volta delle presidenziali.

Il dibattito e la contesa politica risente sicuramente dell’umore del paese profondo, scettico se non isterico davanti al possibile arrivo di rifugiati. Il sito della Bbc ha citato la storia di una donna che la scorsa settimana ha chiamato terrorizzata la polizia, dicendo di aver visto un uomo dalla pelle nera con un fucile sulle spalle. Non era che uno spazzacamino, con la sua scopa e il viso impregnato di polvere.

Incide anche una certa abitudine  a considerare l’Ue come un’entità di cui si fa parte e che assicura risultati, ma che allo stesso tempo non intercetta sempre e necessariamente bisogni e interessi del paese. Pertanto va bene quando garantisce dividendi; infastidisce nel momento in cui “impone”. È questo il caso delle quote rifugiati.

Come si sta muovendo il governo, che è di coesistenza e competizione, essendo retto dal duopolio formato dal primo ministro socialdemocratico Bohuslav Sobotka e del responsabile delle finanze, il miliardario conservatore Andrej Babis? In sostanza la loro posizione è univoca (è elettoralmente prematuro scoprire le carte e divergere). Non si chiudono le porte ai rifugiati. Anzi, il governo è disposto a prendersene una quota ancora maggiore di quella stabilita dall’Ue (circa 6000 persone).  Ciò che si rifiuta – il che è una sorta di sintesi dell’approccio ceco alla dimensione europea – è l’imposizione di questa stessa quota. Praga sta conducendo su questo punto una vera e propria battaglia legale. Il ministero dell’interno ha da poco sfornato un’analisi in cui rammenta, tra le altre cose, che spedire richiedenti asilo in un determinato paese, contro la loro volontà, cozza in teoria contro la convenzione europea dei diritti dell’uomo. Il sito di Radio Praga spiega che l’esecutivo potrebbe persino scomodare la Corte europea di giustizia.

Infine la Romania. Anche qui si vota nel 2016. Anche qui, lo dicono i sondaggi, la maggioranza dei cittadini è contraria all’accoglienza dei rifugiati. Va tenuto conto, inoltre, del fatto che il primo ministro, il socialdemocratico Victor Ponta, è stata appena accusato di corruzione, riciclaggio, evasione fiscale e truffa. Reati che avrebbe commesso, secondo la magistratura, all’epoca in cui esercitava ancora la sua professione di avvocato. Il no alle quote, che Ponta aveva persino cercato di mercanteggiare con l’accesso all’area Schengen (Bucarest non ne fa ancora parte), potrebbe dunque diventare un diversivo con cui deviare l’attenzione dell’opinione pubblica dalle grane giudiziarie.

 

 

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