Perché le periferie italiane non esplodono?

Immigrazione
Gli immigrati che erano ospitati, dal 2011, nell'Hotel Giglio di Settimo Torinese lasciano il centro di accoglienza, che era stato messo a loro disposizione da una società autostradale, che chiuderà questa sera, Torino, 06 marzo 2013. Ai 122 profughi sono stati dati: un assegno circolare di 500 euro, un permesso di soggiorno e una carta d'identità.
Immigrants who were hosted, from 2011, in the ''Hotel Giglio'', near Turin, Northern Italy, leave the reception center which will close this evening, 06 March 2013.  The center was made ??available by a motorway company. To the 122 refugees were given: a cashier's check of ? 500, a residence permit and an Identity Card.     ANSA/ALESSANDRO DI MARCO

Un paper di Roberto Volpi pubblicato dal think tank “Volta” analizza il modello di immigrazione diffusa che caratterizza il nostro Paese e lo distingue da altre realtà più a rischio

Perché il terrorismo si alimenta nelle banlieu francesi o belghe, mentre in Italia appare ancora – fortunatamente – come un fenomeno marginale? La risposta sta nel fatto che le nostre periferie non si sono trasformate in ghetti urbani grazie a un modello di immigrazione diffusa, che distribuisce i nuovi arrivati sul territorio anziché concentrarli nelle grandi città. Lo dimostra Roberto Volpi in una ricerca pubblicata dal think tank Volta, nella quale analizza la distribuzione della popolazione immigrate sul territorio italiano.

Contrariamente a quanto accade in altri Paesi europei, in Italia non c’è differenza nella concentrazione di immigrati in città grandi, medie e piccole. “Deve far riflettere – spiega Volpi nel suo paper –  che nelle grandi città con quasi un quarto della popolazione italiana non ci sia neppure un terzo degli immigrati residenti. Ancor più se si pensa che l’anima della graduatoria delle città con la più alta percentuale di stranieri sono, più che non le grandi città, quelle di 100-200 mila abitanti. Al primo posto troviamo infatti Brescia col 18,6% di stranieri residenti, al terzo posto Prato (17,9%). Dopo Milano (18,6%), al secondo posto, per trovare una città di almeno 300 mila abitanti occorre scendere fino all’11° posizione, occupata da Torino (15,4%). Tra la quarta e la decima posizione troviamo Piacenza, Reggio-Emilia, Vicenza, Bergamo, Padova, Parma e Modena”.

Questa frammentazione si conferma anche analizzando nei quartieri a più alta densità di immigrazione delle grandi città: Roma, Milano e Torino. “A Roma – scrive Volpi – il massimo di stranieri si registra nel centro storico ed è costituito da occidentali dei Paesi ricchi, mentre in tutti gli altri municipi la percentuale di stranieri resta molto al di sotto del 20%. A Milano la percentuale di stranieri supera il 20% nella zona 2 (28,1%) e nella zona 9 (23,2%), mentre a Torino la percentuale del 20% è superata nella circoscrizione 6 (23,2%) e nella circoscrizione 7 (21,4%)”. Inoltre, “l’analisi delle nazionalità degli stranieri nelle aree a maggior rischio delle grandi città italiane a più alta concentrazione di stranieri conferma che il carattere diffusivo dell’immigrazione in Italia spinge anche nel senso di differenziare le nazionalità degli stranieri internamente a queste aree, evitando quell’effetto enclave, e di estraniazione dal contesto urbano, che cela i maggiori rischi di pericolosità dell’immigrazione nelle aree urbane”.

Per diventare un vero e proprio modello, però, l’immigrazione diffusa non può essere lasciata alla spontaneità del tessuto produttivo e dell’humus socio-culturale. Nella parte finale della ricerca, Volpi propone quindi policies ad hoc – dall’incentivazione del microcredito per “gli stranieri residenti, specie asiatici, che mostrano una particolare vocazione a mettersi in proprio” a percorsi professionali specifici per i badanti.

“Si tratta – conclude Volpi – di possibilità di intervento, e domani magari di programmi e di azioni specifiche, che si innestano, e vanno a consolidare, se messe in atto, il fondamentale carattere dell’immigrazione in Italia: il suo essere diffusa quasi senza eccezioni nelle città e nei comuni italiani, e almeno un poco più portata, per ciò stesso, a esserne, se non proprio a sentirsene, parte”.

Scrivi la tua opinione su Unità.tv

Vedi anche

Altri articoli