Perché la riforma garantisce servizi sanitari uguali per tutti

Referendum
L' esterno del pronto soccorso dell'ospedale Cardarelli oggi 6 Marzo 2012. ANSA/CESARE ABBATE

Riporterà allo Stato le competenze, ricucendo il divario nelle cure fra regioni del nord e del sud

Essere curati allo stesso modo e con la stessa qualità ed efficienza in Lombardia come in Sicilia, stringere il divario che si sta invece allargando tra le prestazioni sanitarie offerte, con sistemi diversi, dalle Regioni, riportando le regole fondamentali in capo allo Stato, perché la cura sia uguale per tutti, a prescindere da dove si nasce o si vive. È lo spirito di uno degli articoli della riforma costituzionale sulla quale si voterà il 4 dicembre.

Prevede infatti il superamento del Titolo V, il ritorno allo Stato delle scelte sulle leggi anche per quel che riguarda la Sanità, anziché alle Regioni. Un passaggio sensibile, che riguarda milioni di cittadini. Non è un mistero che ci siano delle disparità fra territori, e soprattutto fra Nord e Sud, nell’offerta delle prestazioni sanitarie, dai tempi delle liste di attesa alla rapidità di intervento, dalla disponibilità dei posti all’insieme dell’assistenza, tanto da aver accresciuto in questi anni la “migrazione” dei malati dalle regioni del Sud a quelle del Nord, in particolare in Lombardia ed Emilia Romagna.

Una “forbice” sempre esistita ma che, secondo medici, chirurghi, cardiologi e altri, è aumentata con il Titolo V. Ci sono delle novità allarmanti, secondo i dati del ministero delle Finanze: nel 2015 per la prima volta si è ridotta di quattro anni l’aspettativa di vita degli italiani e, ancora più grave è il fatto che chi nasce in alcune regioni del Sud parte con lo svantaggio di quattro anni in meno rispetto a un bambini del Nord. Lo spiega bene Walter Ricciardi, presidente dell’Istituto superiore di Sanità: «In Campania e Sicilia si ha una speranza di vita alla nascita di 4 anni inferiore rispetto a Trentino e Marche: nelle prime due regioni siamo cioè a livelli di Bulgaria e Romania, nelle altre della Svezia».

Secondo l’articolo 117 della riforma, fra le materie che riportano la legislazione esclusiva allo Stato, là dove l’attuale Costituzione parla dei «livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale», nella riforma si aggiungono le «disposizioni generali e comuni per la tutela della salute, per le politiche sociali e per la sicurezza alimentare». Alle Regioni resta comunque la «potestà legislativa» anche sulla «programmazione e organizzazione dei servizi sanitari sociali».

Quindi l’applicazione sul territorio, ma le regole generali saranno, se vincerà il Sì, centralizzate e quindi uguali per tutti i territori. Il divario sulle prestazioni sanitarie che esiste da sempre in Italia fra Nord e Sud, secondo gli esperti è aumentato da quando è entrato in vigore il Titolo V, quella sorta di federalismo che, nel 2001, fu istituito in Costituzione anche per frenare la pericolosa Devolution leghista.

Walter Ricciardi, illustrando i dati monitorati dall’Osservatorio nazionale sulla salute, ha spiegato come dimostrino che «la responsabilità attribuita alle Regioni in materia di sanità ha finito per creare 21 sistemi diversi. Ci sono i virtuosi e quelli che hanno speso tanto e male, non offrendo adeguati servizi sanitari ai cittadini» (parole pronunciate all’inaugurazione dell’anno accademico del Campus biomedico, riportare dalla rivista “Vita”).

Quindi, «senza un intervento riequilibratore dello Stato centrale per 34 milioni di cittadini italiani l’offerta sanitaria e condizioni di salute sono destinati a peggiorare ulteriormente. Accentuando le differenze con il resto del Paese», è la posizione del presidente dell’Iss, convintamente per il Sì al referendum. Il problema, per Ricciardi, non è tanto nella mancanza di risorse, quanto nella «capacità di organizzare la sanità» a livello locale. Perché se in realtà al Nord ci sono più casi di tumore alla mammella, le donne muoiono di più al Sud, perché è stato più difficile fare degli screening e quindi la diagnosi in tempo, oppure «le terapie non sono adeguate e i malati sono costretti a spostarsi».

E al Nord «al contenimento delle spese ha fatto riscontro un aumento dell’aspettativa di vita». Fra i medici c’è chi è convinto per il Sì e chi per il No ed è un tema “caldo”, ma l’allarme è diffuso. E l’auspicio, per molti, è che ci sia un unico servizio nazionale con regole uguali per tutto il territorio e “tarate” sui livelli massimi, sugli standard lombardo-emiliani, piuttosto che abbassare l’asticella della qualità.

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