Perché la Grecia sta per esplodere (e perché rischia anche l’Italia)

Immigrazione
epa05178681 Afghan migrants gather in a square outside the Victoria metro station in central Athens, Greece, 24 February 2016. Refugees from Afghanistan that were at the Greek-FYROM crossing point at Idomeni-Gevgelija are currently transferred to Athens after police's operation to remove them from the railway tracks, as Afghans are no longer considered refugees by FYROM's authorities since 21 February and only Syrian and Iraqi refugees are allowed to pass the borders.  EPA/SIMELA PANTZARTZI

La chiusura dei confini imposta dai Paesi balcanici blocca i migranti in territorio greco e potrebbe riaprire la rotta tra l’Albania e le nostre coste

Mercoledì scorso il governo austriaco ha ospitato a Vienna il summit “Managing Migration Together” (“Gestire l’immigrazione insieme”), al quale hanno partecipato i rappresentanti di Bulgaria, Croazia e Slovenia, insieme a quelli dei Paesi non membri Ue di Albania, Montenegro, Serbia, Bosnia, Kosovo e Macedonia. In seguito al meeting, i governi di Croazia e Slovenia, così come quelli di Serbia e Macedonia, hanno annunciato la loro intenzione di fissare a 580 la quota giornaliera di migranti che potranno attraversare i loro confini. La decisione rispecchia quella già adottata da Vienna la settimana precedente. A queste reazioni, si aggiunge quella del presidente ungherese Viktor Orban di tenere un referendum per approvare o meno il sistema delle quote promosso dall’Unione europea lo scorso anno e che redistribuirebbe i migranti tra i vari Stati membri.

A rimetterci è la Grecia, come dimostrano gli scontri che si sono verificati oggi al confine con la Macedonia. Il Paese ellenico, già in piena crisi economico-finanziaria e alle prese con le dure misure d’austerità imposte dalla Troika, rischia di scivolare nuovamente nel baratro. In seguito alle restrizioni adottate alla frontiera dai Balcani, i migranti restano di fatto bloccati nel territorio greco. Il governo di Atene ha già ridotto il numero di traghetti giornalieri per il trasporto dei migranti dalle sue isole alla terra ferma. L’intenzione è quella di prevenire, da un lato, un aumento delle tensioni tra cittadini greci e migranti e, dall’altro, di impedire un sovraffollamento di quest’ultimi alle frontiere con i Paesi balcanici. Il problema è che le isole, in particolare quelle di Lesbo, Chio e Samo, rischiano di diventare ghetti per migranti, di fatto impossibilitati a lasciarle.

Il premier greco Alexis Tsipras ha visto come uno schiaffo il mancato invito al meeting austriaco sull’immigrazione. Ha, quindi, deciso di richiamare in patria l’ambasciatore greco a Vienna. Inoltre, ha annunciato che porrà il veto su tutte le proposte che verranno discusse al prossimo summit Ue sull’immigrazione se gli altri Stati membri non accetteranno il sistema delle quote. La dichiarazione di Tsipras arriva in un momento già difficile nella relazione Grecia-Ue. Il governo di Atene, da tempo alle prese con la burocrazia europea in ambito finanziario, rischia di sentirsi maggiormente isolato da Bruxelles. In una situazione economica già complicata, la gestione solitaria dei migranti potrebbe rivelarsi fatale per Atene.

Fino a oggi, l’Unione europea si è mossa in tre direzioni per cercare di risolvere la crisi migratoria, concentrandosi sulla situazione italiana e greca, sulla rotta Balcanica e, infine, sulla relazione con la Turchia. Nel suo rapporto sull’immigrazione, la Commissione sottolinea i progressi fatti. Per esempio, in Grecia la percentuale di migranti registrati attraverso il sistema delle impronte digitali è salito al 78% nel gennaio 2016, contro l’8% del settembre 2015. Considerando lo stesso periodo, in Italia la percentuale raggiunge l’87%, contro il 36% del settembre precedente. Inoltre, la Commissione ha stanziato 10,1 miliardi di euro per il periodo 2015/2016 per rispondere alla crisi.

Sono invece 3 i miliardi destinati alla Turchia per bloccare il flusso di migranti verso l’Europa. La Turchia si impone sempre più come alleato strategico dell’Unione, anche in vista di futuri sviluppi della crisi siriana. La domanda è quanto ci si possa fidare di Ankara e se il governo turco sarà in grado di porre un freno all’arrivo di nuovi migranti sulle coste europee. Come la stessa Commissione riconosce, sono ancora molti i nodi da sciogliere e i progressi da fare.

Con la chiusura della frontiera balcanica, i migranti, desiderosi di raggiungere l’Europa, cercheranno altre strade per realizzare il loro obiettivo. Ed ecco allora che si guarda con apprensione all’Albania e al raggiungimento via mare delle coste italiane. Il prossimo meeting con la Turchia del 7 marzo e quello dei leader europei del 17-18 marzo saranno decisivi in questo senso. Gli Stati membri dovranno arrivare con delle risposte e con una strategia comune e di lungo periodo, prima che la situazione greca esploda e che i primi migranti arrivino sulla costa salentina.

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