Perché il vertice con gli inquirenti egiziani è stato un fallimento

Caso Regeni
Investigatori all'interno della Scuola di Polizia in Via Guido Reni, per il vertice tra gli inquirenti e gli investigatori di Italia ed Egitto che indagano sulla morte di Giulio Regeni, 7 aprile 2016 a Roma. ANSA/ MASSIMO PERCOSSI

Le riunioni alla Scuola superiore di Polizia si sono rivelate del tutto inutili: gli italiani, da un lato, a rinnovare le richieste di avere la documentazione promessa e gli egiziani, dall’altro, a prendere tempo rinviando le risposte

Nessuna richiesta italiana soddisfatta, un dossier di una trentina di pagine totalmente insufficiente e riempito di documenti già consegnati un mese fa, non una spiegazione plausibile sulla grottesca vicenda del ritrovamento dei documenti di Giulio Regeni: dopo due giorni di colloqui a Roma, è fallito il vertice tra gli investigatori di Italia ed Egitto e il governo risponde immediatamente richiamando per consultazioni l’ambasciatore al Cairo Maurizio Massari. “Vogliamo una sola cosa, la verità” dicono sia Matteo Renzi sia il ministro Gentiloni. “Siamo amareggiati” sono invece le parole di Paola e Claudio Regeni, che però non perdono la speranza di arrivare alla verità: “Siamo certi che le nostre istituzioni e tutti coloro che stanno combattendo al nostro fianco questa battaglia di giustizia, non si fermeranno”.

Quel che era già evidente al termine della prima giornata di incontri, una delusione e un’irritazione nascosta soltanto dal silenzio totale degli investigatori, è diventato dunque ufficiale con il comunicato della procura di Roma. Una lunga nota con la quale il procuratore Giuseppe Pignatone elenca una dopo l’altra le richieste rimaste inevase dal Cairo ma non chiude del tutto la porta, sottolineando da un lato la volontà degli egiziani di proseguire, almeno formalmente, “la collaborazione” attraverso “lo scambio di atti d’indagine”, e dall’altro la “determinazione” di entrambi i paesi “nell’individuare e assicurare alla giustizia i responsabili di quanto accaduto, chiunque essi siano”.

Ma è questo l’unico spiraglio, poiché le riunioni alla Scuola superiore di Polizia si sono rivelate, di fatto, completamente inutili. Con gli italiani, da un lato, a rinnovare le richieste di avere la documentazione promessa e gli egiziani, dall’altro, a prendere tempo rinviando le risposte. Basti solo un esempio: gli italiani avevano portato all’incontro una mezza dozzina di traduttori, in modo da poter mettersi immediatamente al lavoro sugli atti originali in arabo, ma quando si sono trovati davanti all’ “esaustivo dossier” annunciato dall’Egitto, sono rimasti sconcertati davanti a quelle 30 pagine e hanno chiuso la pratica in un paio d’ore.

“Altro che duemila pagine – racconta una fonte -. Non c’è stato neanche bisogno di utilizzare tutti i traduttori poiché abbiamo avuto a disposizione pochissime carte, molte delle quali, tra l’altro, già le conoscevamo”. Di che carte si tratti, lo ha spiegato la procura di Roma. “Sono stati consegnati i tabulati telefonici delle utenze egiziane in uso a due amici italiani di Giulio Regeni presenti al Cairo nel gennaio scorso, la relazione di sopralluogo, con allegate foto del ritrovamento del corpo di Giulio Regeni, una nota ove si riferisce che gli organizzatori della riunione sindacale tenuta al Cairo l’11 dicembre 2015, cui ha partecipato Giulio Regeni, hanno comunicato che non sono state effettuate registrazioni video ufficiali dell’incontro”.

Nessuna registrazione delle telecamere di sorveglianza della zona di Dokki dove Giulio è sparito, dunque, non i tabulati della decina di persone vicine al ricercatore indicate dagli investigatori italiani, non il verbale completo dell’autopsia. Sul tavolo gli egiziani non hanno neanche messo i verbali delle testimonianze chieste, a partire da quella dell’autista che ha ritrovato il corpo fino a quelle di una decina di persone tra cui sindacalisti, ambulanti, vicini e coinquilini di Regeni.

Soprattutto, non hanno portato a Roma l’elemento ritenuto fondamentale dalla procura: i tabulati di tutti i telefoni che agganciano la cella di Dokki il 25 gennaio e la cella che copre la superstrada Cairo-Alessandria il 3 febbraio. “In relazione alla richiesta del traffico di celle presentata ancora una volta dalla Procura di Roma – scrive infatti Pignatone – l’autorità giudiziaria egiziana ha comunicato che consegnerà i risultati al termine dei loro accertamenti, che sono ancora in corso”. Un modo per prendere ancora tempo tanto che, aggiunge la nota, “la procura ha insistito insistito perché la consegna avvenga in tempi brevissimi sottolineando l’importanza di tale accertamento da compiersi con le attrezzatura all’avanguardia disponibili in Italia”.

L’analisi di quel traffico è infatti determinante per capire quali telefoni fossero presenti nella zona quando Giulio è sparito. E incrociando quei dati con quelli della zona del ritrovamento e con quelli in possesso della procura grazie all’analisi del pc di Giulio, gli investigatori non escludono di poter individuare la pista giusta per arrivare ai torturatori e agli assassini del ricercatore.

L’altro punto su cui la rottura è stata totale è la vicenda dei documenti di Giulio, ‘riemersi’ dopo due mesi a casa della sorella del presunto capo di una banda di sequestratori implicata nella scomparsa di Giulio. Banda che non può più difendersi dalle accuse poiché tutti i componenti sono morti in uno scontro a fuoco con le forze di polizia. Gli egiziani ai colleghi italiani “le circostanze attraverso le quali sono stati rinvenuti i documenti di Giulio Regeni” ma hanno anche aggiunto che “solo al termine delle indagini sarà possibile stabilire il ruolo” che la banda ha avuto nella sua morte. Un tentativo di prendere ancora tempo e spingere nuovamente le indagini verso la pista della criminalità comune, immediatamente stoppato dalla procura: “non vi sono elementi del coinvolgimento diretto della banda criminale nelle torture e nella morte” del ricercatore.

Posizioni diametralmente opposte, con la verità sulla morte di Giulio ancora molto lontana.

(Fonte Ansa)

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