Perché il governo ha deciso di accelerare

Riforme
Maria Elena Boschi alla Festa nazionale de l'Unità

La minoranza Pd si spacca, mentre Ncd sarebbe vicino a una ricomposizione. Così la legge può arrivare direttamente in aula ed essere votata a partire dalla prossima settimana

Sono ore concitate nei corridoi di palazzo Madama. Quello che è successo nel pomeriggio, con l’abbandono del tavolo della trattativa interna ai dem da parte della bersaniana Doris Lo Moro, ha reso più complicata la lettura degli eventi, che in realtà sono più semplici di quanto appaiano.

Innanzitutto, la spaccatura più che essere interna al Pd, in questo momento è dentro la minoranza dei Democratici. Il governo aveva detto a chiare lettere che non aveva alcuna intenzione di modificare l’articolo 2 del ddl Boschi, offrendo piuttosto alla trattativa un potenziamento dei poteri del nuovo Senato e una forma di elettività da inserire in termini generali nell’articolo 35 e da normare poi più nei dettagli con una legge ordinaria. Questi erano i termini della proposta e su questo si è costruita via via un’intesa con alcuni dei 28 dissidenti, come dimostra l’atteggiamento più costruttivo di Barbara Pollastrini.

Alzandosi dal tavolo, Lo Moro ha rappresentato oggi l’ala più dura della minoranza, quella vicina all’ex segretario Bersani. Una rottura che appare dettata da motivazioni più politiche che tecniche, come d’altra parte la stessa senatrice ha avuto modo di confermare, ribadendo che “se non si sciolgono i nodi politici, non si può andare avanti”. Ma se il governo tira la corda dalla sua parte, restando fermo sull’inemendabilità dell’articolo 2, i bersaniani la tirano dall’altra, rifiutando qualsiasi compromesso e insistendo nel voler riaprire necessariamente la discussione su quell’articolo, anziché puntare a incassare una forma di elezione dei senatori, anche per altre vie: e più le corde vengono tirate ai due estremi, più il nodo si stringe.

Il pallottoliere del governo, comunque, in questo momento sembra dare indicazioni positive. Oltre al possibile recupero di una buona parte dei dissidenti dem, infatti, la situazione sembra migliorare anche dentro Ncd, dove Alfano sta tentando (sembrerebbe con successo) una ricomposizione. Su entrambi i fronti, comunque, il confronto governo-maggioranza non si interrompe e andrà avanti per tutta la serata. Così come resta aperto il canale di dialogo con quella parte delle opposizioni disposte a votare la riforma: i verdiniani di Ala, ma anche i dialoganti di Forza Italia e Lega. Questi ultimi, in particolare, hanno anticipato la richiesta alla maggioranza di un comitato ristretto in commissione affari costituzionali per allargare il confronto.

Una richiesta che potrebbe però risultare inutile. Luigi Zanda ha infatti chiesto al presidente Grasso la convocazione della conferenza dei capigruppo per domani. La spiegazione è filtrata in queste ore da palazzo Madama: i rappresentanti dei senatori della maggioranza, d’intesa con il governo, sarebbero pronti a chiedere la calendarizzazione della riforma direttamente in aula, saltando il passaggio in commissione e quindi la scelta di un relatore. Il testo potrebbe iniziare il suo iter nell’Assemblea già giovedì o al più tardi martedì prossimo, con l’inizio dei voti comunque entro la prossima settimana.

La palla passa così nelle mani di Pietro Grasso, che dovrà decidere se ammettere o meno gli emendamenti all’articolo 2. Una scelta su cui pesa l’indicazione data oggi in commissione da Anna Finocchiaro: nessuna apertura, a meno che non ci sia un’indicazione politica unanime di tutti i capigruppo. Una sorta di blindatura light, che lascerebbe spazio a un’eventuale intesa in extremis e che appare in linea con quanto lo stesso Grasso ha più volte detto in passato.

Se l’accelerazione realmente ci sarà, si potrà spiegare solo con la volontà di governo e maggioranza di chiudere una partita che a questo punto rischia di prolungarsi senza ulteriori risultati. Meglio arrivare allo show down e ciascuno si assumerà le proprie responsabilità.

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