Perché Francesco volle andare a Cuba

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La complessa vicenda dell’avicinamento del Vaticano a Fidel

C’è indubbiamente un legame particolare fra la Santa Sede e Cuba, una sorta di rapporto preferenziale, suggellato dalla mediazione positiva svolta da Francesco, primo papa sudamericano, in favore del disgelo fra Casa Bianca e regime castrista. Bergoglio, in tal senso, è stato il pontefice incaricato di portare a termine l’ultimo tratto di strada, il più arduo, quello con il quale si è passati dalle parole dal lungo percorso di avvicinamento di cui furono protagonisti Wojtyla e Ratzinger, ai fatti.

Il Papa argentino ha trovato come alleati e interlocutori in questa trattativa, non più il vecchio Fidel fieramente antiyankee, ma suo fratello Raul e il presidente Barack Obama, mentre a Cuba faceva sponda al lavoro diplomatico il cardinale Jaime Ortega. In Vaticano si sono svolti una parte dei colloqui fra le delegazioni cubana e statunitense, Francesco è intervenuto di persona più volte sui due leader – Raul Castro e Obama – per spingere in favore dell’accordo.

La storia di come la Chiesa abbia svolto una funzione decisiva nel tentativo di rompere l’isolamento di Cuba senza provocare una rottura traumatica e violenta dei suoi equilibri interni, è una pagina che andrà studiata a lungo: diplomazia e realpolitik più una dose non piccola di utopia. Il punto d’arrivo di questa relazione speciale, è stato certamente il viaggio compiuto da Francesco nell’isola caraibica nel settembre del 2015.

E che la Santa Sede potesse giocare un ruolo importante nel futuro di Cuba, l’aveva capito bene Fidel: non a caso nel 1996 volle incontrare a Roma Giovanni Paolo II, per poi accoglierlo a Cuba due anni dopo, nel 1998, in quello che è considerato – anche simbolicamente – l’evento chiave nell’inizio del lungo cammino del disgelo. E’ infatti in quell’occasione che Wojtyla pronuncia una della formule politiche più fortunate degli ultimi decenni: “Cuba si apra al mondo, il mondo si apra a Cuba”; nessuno, era il senso, doveva ‘vincere’ abbattendo l’altro, ma un cammino comune poteva comprendere ragioni diverse: dai diritti civili a quelli sociali, dalla fine dell’embargo a parziali aperture all’economia di mercato.

Nel 2012, a Cuba si è voluto recare, nel penultimo viaggio del suo pontificato, Benedetto XVI. Fidel era già sullo sfondo della scena pubblica, la malattia lo aveva costretto a cedere il potere al fratello minore Raul, più realista e in fondo più pronto al cambiamento.

Tuttavia Fidel Castro s’incontrerà anche con Ratzinger e a lui – come ricorda oggi padre Federico Lombardi, presente all’incontro – rivolse diverse domande, “emerse il suo desiderio di ascoltare, voleva fare al papa domande sulla storia, la fede, la chiesa, sulla condizione dell’umanità”. Veniva alla luce la volontà di approfondire temi importanti (“la vivacità intellettuale di Fidel”), e lo stesso accadde, ricorda Lombardi, nell’ultimo colloquio avuto dal ‘lider maximo’ con un papa, quello con Francesco nel 2015.

La linea vaticana intanto non cambiava: la Chiesa progressivamente entrava nell’isola con attività sociali, educative, assistenziali. Mediava fra le organizzazioni dissidenti e il regime, ma era ben lontana dalla contrapposizione frontale con il potere. Un’attitudine, questa, cresciuta ancora con Papa Francesco.

Nella visione della Santa Sede era ben chiaro che Cuba costituiva un caso speciale: simbolo di una resistenza indomita nei confronti del potente vicino a stelle e strisce, la sua storia di indipendenza non si poteva esaurire nelle storture, pure sempre più evidenti, di un regime incapace di garantire una qualità di vita sufficienti alla sua gente. Cuba non era la Romania, insomma, e rappresentava anzi – nella sensibilità di una parte consistente dell’America Latina – anche un contraddittorio modello di riferimento.

Papa Francesco, che di questa vocazione latinoamericana all’indipendenza è interprete autorevole con in più uno sguardo rivolto al futuro e non ai fallimenti del passato, aveva ben compreso questo elemento. A ciò si aggiunga la riflessione di Francesco sul mondo degli “scartati” , delle ingiustizie, della tutela dell’ambiente, la critica al capitalismo. Ma la Chiesa e il Papa, chiedono anche libertà religiosa, libertà civili e d’opinione; lavorano per salvare le conquiste sociali del modello cubano, rinunciando però ai tratti autoritari e a un determinismo economico causa di povertà.

Bergoglio dunque ha incontrato entrambi i fratelli Castro, ha tessuto reti diplomatiche fra l’Avana e Washington, ha in un certo modo ‘adottato’ Cuba, facendone uno luogo geopolitico privilegiato del suo approccio multipolare. Infaticabile promotore del dialogo, Bergoglio andrà di nuovo a Cuba nel febbraio del 2016, per il suo storico incontro con il patriarca ortodosso russo Kirill, in un territorio neutro ecclesialmente e politicamente, entrambi ospiti di Raul Castro; a Cuba, ancora, si sono svolti i negoziati di pace fra la guerriglia colombiana delle Farc e il governo di Bogotà, cui pure ha preso parte la Chiesa.

Il complesso rapporto di Fidel e Raul con la Chiesa, è un tema ancora tutto da approfondire, fra l’altro entrambi studiarono dai gesuiti. E’ un fatto storico, poi, che la rivoluzione cubana contro la dittatura di Fulgencio Batista (l’unica che ebbe successo nella regione), influenzò anche la Chiesa latinoamericana, alcuni filoni della teologia della liberazione guardavano con interesse all’esperienza cubana. Fra gli amici di Fidel, non a caso, c’era il teologo brasiliano Frei Betto, che ha sempre sostenuto il castrismo.

Di recente Raul stesso ha detto che papa Francesco lo stava riavvicinando alla fede; realtà, suggestione del momento o propaganda, non è dato saperlo. Tuttavia è certo che i destini di Cuba e della Chiesa si sono incrociati potentemente nel corso degli ultimi decenni.

 

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