Perché Dilma Roussef grida al colpo di Stato (e non ha tutti i torti)

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epaselect epa05302063 Brazilian President Dilma Rousseff (L) speaks alongside Former President Luiz Inacio Lula da Silva (R) and members of her cabinet outside the Planalto Palace, in Brasilia, Brazil, 12 May 2016. Vice President Michel Temer will become Brazil's acting president on 12 May after the Senate voted to remove Dilma Rousseff from office for up to six months while she is tried in that chamber for allegedly violating budget laws. Critics say she resorted to budget trickery in part to secure her re-election two years ago. Rousseff denies any wrongdoing, had refused to step down and called the bid to impeach her a coup. The impeachment drive was launched as Brazil grapples with a recession and high inflation, as well as the fallout from a massive corruption scandal centered on Brazilian state-controlled oil company Petrobras.  EPA/Antonio Lacerda

Dilma Roussef, presidente del Brasile, messa in stato d’accusa dal Parlamento, ha ora sei mesi di tempo per difendersi

Quando un presidente è accusato di un crimine che non ha commesso non è impeachment, è un golpe“. Con queste parole la presidente brasiliana Dilma Rousseff commenta il voto favorevole al processo che la vede coinvolta con l’accusa di aver manipolato i conti pubblici. Ora la sua carica sarà sospesa per un massimo di 180 giorni, in quegli stessi giorni si celebrerà il procedimento a suo carico. Potrà rimanere nella sua residenza ufficiale ed avrà diritto all’assistenza sanitaria presidenziale e agli spostamenti con i mezzi ufficiali, ma con salario dimezzato.

Ma come si è arrivati fino a  questo punto?

Dilma Roussef è la prima presidente donna eletta in Brasile. Ricopre il suo incarico dal gennaio 2011, attualmente è al suo secondo mandato, dopo aver vinto al ballottaggio delle elezioni del 2014 contro Aécio Neves del Partito della Social Democrazia Brasiliana.

La Roussef viene accusata dai suoi oppositori, soltanto indirettamente, di essere coinvolta nella più grande operazione anti-corruzione nella storia del Brasile: l’operazione Lava Jato. Iniziata, e non ancora conclusa, nel marzo 2014 vede come protagonista l’azienda petrolifera nazionale Petrobras.

Secondo l’accusa, la società avrebbe formato un cartello per assicurarsi molti appalti pubblici, garantendo tangenti e finanziamenti illeciti a partiti ed esponenti politici compiacenti. Il nome della presidente non appare nell’inchiesta, ma essendo stata anche presidente del consiglio d’amministrazione della Petrobras, ministra dell’energia del governo Lula dal 2003 al 2005 e capo di gabinetto del governo al tempo dei fatti contestati dall’inchiesta, secondo i suoi accusatori, non poteva non sapere della corruzione ai vertici della compagnia petrolifera.

Oltre a Rousseff, nello scandalo sono implicati anche altri importanti vertici del Partito dei lavoratori come l’ex presidente Luiz Inácio Lula da Silva, indagato per frode e riciclaggio perché secondo la procura sarebbe stato al centro dell’organizzazione che gestiva i finanziamenti. Nel marzo 2016 Rousseff ha proposto di candidare Lula a capo di gabinetto del suo governo, ufficialmente per risollevare la situazione economica del Paese ma, sempre secondo i suoi accusatori, per garantirgli l’immunità dal processo che lo vedeva coinvolto.  Il 17 marzo una sentenza federale ha sospeso la nomina di Lula, ritenendo che l’assunzione dell’incarico ostacolasse la giustizia.

Tanti i nomi coinvolti nell’inchiesta: a partire dal Presidente della Camera Eduardo Cunha citato più volte nei documenti nell’indagine Lava-Jato e accusato di evasione fiscale con conti non dichiarati all’estero per circa 5 milioni di dollari. Ma anche l’impopolare vicepresindete Michel Temer, che con tutte le probabilità porterà il Brasile fino alle prossime elezioni del 2018 (con governo composto da 23 ministri, tutti uomini), nonostante nei sondaggi non raggiungerebbe nemmeno il 2% dei consensi in caso di elezioni.

Ma siccome secondo la costituzione brasiliana non è possibile intraprendere un’azione di impeachment senza che ci siano prove concrete, il motivo per cui la Roussef è stata ufficialmente sospesa sono le, ribattezzate dai media, “pedalate fiscali“. Il processo contro la presidente è cominciato nell’ottobre del 2015, quando la Corte dei conti – caso più unico che raro – ha bocciato il bilancio presentato dal governo. Secondo le accuse, la presidente avrebbe manipolato i conti prima delle ultime elezioni, per fare in modo che il deficit apparisse più basso.

In pratica l’accusa è quella di aver preso 106 miliardi di real brasiliani (circa 25 miliardi di euro) da banche statali (Banco do Brasil, Caixa Economica Federal e Bndes) per decreto, senza passare per il parlamento, per finanziare programmi sociali, garantire il pagamento degli assegni di disoccupazione e altre misure del genere. In questo modo, però, si sarebbe truccato il bilancio finale, un crimine fiscale che può essere sanzionato con la “messa in stato d’accusa” del presidente, come dice la costituzione brasiliana all’articolo 85. Eppure la Roussef non è stata l’unica nella storia del Brasile a mettere in atto questa pratica: anche Lula tra 2003 e 2010 e, ancora prima, Fernando Henrique Cardoso, avevano “pedalato”, rimanendo impunti. Perché questo accanimento soltanto nei confronti della presidente?

Sono in molti a chiederselo. Sono gli stessi a cui la Roussef ha chiesto di mobilitarsi, di scendere in piazza perché: “La lotta per la democrazia richiede costanza e dedizione”.

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