Perché Berlusconi e D’Alema vogliono tornare al proporzionale (passando per il No)

Legge elettorale
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Panebianco spiega perché il dicembre si vota anche sul sistema elettorale

Non stupisce poi tanto che un un uomo come Massimo D’Alema voglia tornare a quando i governi si facevano e si disfacevano all’ombra del Palazzo, incastrando i pezzi del puzzle politico grazie alla sapienza tattica – e alla convenienza – di questo o di quello. Il sistema proporzionale consente proprio questo, anzi, pretende che così si faccia. Gli elettori? Hanno dato più o meno carta bianca.

Stupisce un pochino di più che anche Silvio Berlusconi, l’uomo del bipolarismo e della centralità del leader, si sia adoperando perché questo riflusso da Prima repubblica abbia successo. O forse non stupisce: comprendendo che ormai Forza Italia non è più un partito in grado di competere, a 80 anni l’ex Cavaliere è in campo (addirittura facendo balenare l’ipotesi di un nuovo Predellino, scrive Francesco Verderami sul Corsera) ma al massimo per strappare un posto a tavola, per guadagnare un strapuntino di potere, per intercettare qualche oncia di peso politico. Giusto quello che gli serve, nulla di più. E pazienza se tutto questo non va giù a chi tuttora crede al bipolarismo e a una destra competitiva, i Pera, gli Urbani. Lo ha notato bene Francesco Cundari sull’Unità.

Non è dunque (solo) propaganda, quella di Renzi, quando indica proprio in Berlusconi e D’Alema le due punte di lancia del partito proporzionalista: più semplicemente, è un fatto. Siccome è sempre più chiaro che dietro la battaglia referendaria del 4 dicembre si staglia proprio il futuro della legge elettorale, viene da sospettare che l’impeto “no-ista” di D’Alema e (meno) di Berlusconi sia animato proprio dalla voglia di proporzionale (e ovviamente il discorso vale per cespugli e cespuglietti di sinistra, centro e destra).

Lo ha spiegato benissimo Angelo Panebianco sul Corriere della Sera: “Vincesse il No la spinta a reintrodurre la proporzionale diventerebbe probabilmente irresistibile”. Per varie ragioni: “La prima è che le formazioni oggi presenti in Parlamento entrerebbero, grazie alla proporzionale, in una botte di ferro (…) Il sistema proporzionale è infatti in senso tecnico un sistema conservatore, conserva ciò che c’è”. Ma andrebbe a pennello anche per “gruppi come M5S o Forza Italia nel caso che i sondaggi ne registrassero il declino”.

Per D’Alema – che ieri sera a DiMartedì ha collezionato un’impressionante serie di strali all’indirizzo di Renzi non sempre educati ricordando più Di Battista o Flores d’Arcais che non uno statista – si tratta davvero di una “grande occasione” (ahimé, il titolo del suo antico libro sulla Bicamerale) per un ritorno in prima linea: e nulla è più eccitante, per uno come lui, della prospettiva di dover nuovamente guidare un partitino, un drappello, una “cosa” di sinistra pronta a trattare per la formazione di un nuovo governo, con annesse compagini ministeriali. Se va bene. E se va male di vivere di quella “rendita di opposizione” di cui la sinistra italiana ha goduto per decenni.

D’altra parte il “dalemismo” in estrema sintesi è esattamente questo. Muovendo dalla considerazione di essere minoranza, il destino della sinistra è giocoforza quello di accordarsi con altri: non esiste altra prospettiva all’infuori di questa. Altro che vocazione maggioritaria, altro che Lingotti e Leopolde. Nella sua versione nobile questa visione esalta professionismo politico e arte del compromesso: due elementi che la scuola da cui D’Alema proviene ha insegnato a dovere e che egli proverebbe volentieri a rinverdire.

Naturalmente nel riflusso proporzionalista non poteva non agitarsi uno come Denis Verdini, cultore del garbuglio elettorale e soprattutto della sopravvivenza politica sua e dei suoi sodali, i mitici centristi per i quali la proporzionale “è una manna” (ancora Panebianco), il sistema migliore per rientrare in Parlamento, basta avere un po’ di soldi e il favore del capo.

Repubblica ha informato sul possibile “verdinellum”, un’escogitazione che riesuma pezzi di legge elettorale tedesca con collegi piccoli più una parte di proporzionale con sbarramento e infine premio di maggioranza. Non entriamo qui nel merito, se non altro per non farci venire mal di testa, ma ad occhio sembra un pasticcetto che non raggiunge l’obiettivo principale di una legge elettorale: banalmente, sapere chi ha vinto le elezioni. Un ballon d’essai. Una finta carta per una trattativa che non c’è. Al momento c’è solo il referendum del 4 dicembre.

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