Vacchi o Boccia, ecco le alternative per il dopo-Squinzi

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Nonostante la polarizzazione, la competizione resterà incerta fino al 31 marzo

La corsa per l’elezione del nuovo presidente di Confindustria si trasforma gradualmente: da quattro candidati si sta passando sempre di più verso una sfida a due. È quanto emerge a mano a mano dalle dichiarazioni ufficiali delle organizzazioni territoriali che, a un mese dal voto, sembrano indirizzare le preferenze verso Alberto Vacchi e Vincenzo Boccia, favorendoli rispetto ai rivali Aurelio Regina e Marco Bonometti.

Nonostante una polarizzazione verso due soli candidati, la competizione per il dopo Squinzi resta comunque aperta e incerta fino al 31 marzo, giorno del voto. E questo è un primo dato da mettere in evidenza. Nel momento in cui si parla tanto di ricambio delle grandi organizzazioni, infatti, va dato atto all’associazione degli industriali di rendere molto aperta e dinamica la scelta del nuovo presidente. Non ci sarà, in sostanza, una scelta dall’alto come avviene in altre organizzazioni, tanto che alcuni osservatori accostano la competizione di Confindustria a una sorta di primarie.

Tuttavia, è anche vero che il sistema piuttosto farraginoso delle elezioni di viale dell’Astronomia ad oggi non permette ancora ai candidati di esporre le proprie posizioni in maniera chiara. I programmi verranno presentati al Consiglio generale soltanto il 17 marzo e fino ad allora, secondo le regole stabilite dall’Associazione, non potranno evidenziare le loro posizioni. Ecco perché finora, nei due dibattiti all’americana che si sono tenuti a porte chiuse, uno a Torino e uno a Padova, sono emerse soltanto le differenti personalità piuttosto che posizioni divisorie sui vari temi. Ed ecco perché ad oggi ci si concentra più sul profilo dei candidati. Che di fatto, come detto, dal 17 marzo dovrebbero restringersi a due: Alberto Vacchi, l’imprenditore bolognese a capo dell’Ima, e Vincenzo Boccia, il salernitano ex numero uno della Piccola Industria.

Vacchi ha una multinazionale da un miliardo di fatturato. Una persona con identikit cosmopolita che lo scorso anno ha comprato aziende in Germania. Si occupa di macchine per il packaging del tabacco e della farmaceutica, una nicchia di cui è uno dei leader mondiali. Rilevante è il fatto che la sua azienda sia quotata in borsa (sarebbe uno dei pochissimi presidenti nella storia di Confindustria con un’azienda presente a Piazza Affari). Un bell’esempio, visto che si parla sempre più spesso di aziende che devono crescere e quotarsi. Vacchi, inoltre (elemento che lo contraddistingue dagli altri candidati) finora non si è caratterizzato per un atteggiamento aggressivo nei confronti dei sindacati. Anzi, mette in campo una strategia molto collaborativa: basti pensare che nella sua azienda la Fiom rappresenta addirittura la stragrande maggioranza dei lavoratori. Insomma, non può considerarsi certo un falco e non a caso è ben visto dalla Bologna che conta.

Dall’altra parte, quella di Boccia si caratterizza come una candidatura della struttura associativa. L’imprenditore salernitano – che ha una piccola azienda grafica – ha sempre svolto una carriera nell’associazione degli industriali. Boccia è stato presidente della Piccola impresa e vicepresidente (molto apprezzato) del Comitato del credito, insomma una figura confindustriale di tutto rispetto. Lui stesso ha dichiarato pubblicamente che da anni va cinque giorni a settimana a Confindustria, e ha saputo costruire il consenso della piccola impresa attorno alla struttura (godrebbe infatti del ‘beneplacito’ delle persone vicine Squinzi e Marcegaglia).

Così, mentre la parola d’ordine di Vacchi potrebbe essere quella di portare una multinazionale quotata in borsa a capeggiare la Confindustria, lo slogan di Boccia, considerando il suo profilo, potrebbe essere quello di portare le piccole imprese alla guida di viale dell’Astronomia. Anche se, si diceva, fino a quando non si chiariranno le posizioni (17 marzo) la competizione rischia di essere un po’ deficitaria e incompleta. Bisognerà poi capire dove convoglieranno i pacchetti dei voti degli altri due candidati. Se Bonometti non dovrebbe raccogliere voti e deleghe per scambiarle con cariche alla presidenza, Regina invece sembrerebbe intenzionato a prendere deleghe per poi negoziarle, magari per una vicepresidenza.

Per quanto riguarda l’impatto sul governo, i due candidati in pole position dovrebbero essere dialoganti, forse avversari su qualche singolo provvedimento, ma senza operazioni ambiziose e senza contrastare più di tanto Palazzo Chigi. Sarà comunque importante capire come si orienteranno i voti delle aziende pubbliche: Ferrovie, Poste, Eni ed Enel.

La partita comunque rimarrà aperta fino all’ultimo, anche perché il voto è personale e segreto. Nell’ultima elezione, Giorgio Squinzi vinse per soli 11 voti sul rivale Alberto Bombassei, nonostante i rumors lo dessero favorito con un numero decisamente più alto di consensi (tra gli altri, Scaroni all’ultimo spostò i voti dell’Eni da una parte all’altra). Per vincere servirà il consenso del 51 per cento dei 192 elettori presenti al Consiglio generale che si riunirà il 31 marzo, voto che l’Assemblea dovrà ratificare a maggio. Ma il segreto dell’urna è sempre dietro l’angolo, pronto a ribaltare qualsiasi pronostico.

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