Per il Vaticano c’è già un caso-Raggi. Ecco tutta la storia

Roma
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Anche oggi la strana assenza della sindaca di Roma

Virginia Raggi non ce l’ha fatta: eppure l’occasione sembrava perfetta per rompere l’assedio nel quale si trova da settimane, sempre più asserragliata in Campidoglio in quello che si sta trasformando in un incubo politico per il Movimento di Grillo e soci.

La neosindaca della Capitale, era infatti stata invitata sabato pomeriggio in Vaticano, precisamente nell’Aula Paolo VI, per un incontro con mille bambini e ragazzi dell’Azione Cattolica. Doveva trovarsi fianco a fianco a monsignor Nunzio Galantino, Segretario generale della Cei, l’uomo di Bergoglio ai vertici della Chiesa italiana; entrambi avrebbero potuto rispondere alle domande dei giovani e giovanissimi dell’Ac, in un dialogo aperto con la Chiesa e le istituzioni.

“Virginia Raggi – recitava il comunicato dell’organizzazione cattolica con il quale si presentava l’evento – nella qualità di sindaco di Roma sarà espressione per i ragazzi delle amministrazioni locali. Vescovo e sindaco, infatti, nell’esperienza dei ragazzi sono le figure di responsabilità ecclesiale e civile più prossime”.

Non tanto prossime, evidentemente, visto che della sindaca a cinquestelle non c’era traccia. E’ possibile che il crescendo di malcontento e di critiche – composte ma evidenti – provenienti dalla Chiesa, abbia indotto la Raggi a rinunciare?

L’ipotesi non può essere scartata ovviamente, anche se resta la sensazione di un’occasione persa da parte della prima cittadina grillina. Di certo l’intervista dello stesso monsignor Galantino al Corsera di sabato, con la quale si chiedeva alla sindaca e alla giunta di mettersi al lavoro, deve essere stato un colpo mal digerito.

Nell’assenza di Raggi a Galantino non è rimasto che ribadire rispondendo ai giornalisti alcuni concetti prima di prendere parte all’incontro. In merito alla preoccupazione della Chiesa per la prolungata assenza di un governo a Roma, il Segretario della Cei osservava: “Ma non è una preoccupazione mia, penso che sia la preoccupazione di qualunque cittadino che vuole comunque la propria città governata, vuole la propria città resa vivibile”. In quanto a ciò che dovrebbero fare gli amministratori, è semplice: anche in questo caso “la richiesta è quella di tutti quanti i cittadini, cioè di poter vivere in luoghi accoglienti, che rispondano alle esigenze soprattutto degli ultimi, che siano veramente luoghi nei quali ci possa essere convivenza fra orientamenti e modi di pensare e di essere diversi”.

Era stato poi il Segretario di Stato, il cardinale Pietro Parolin, nei giorni scorsi, a sollevare in modo autorevole e il problema: “la situazione che si è verificata a Roma non crea quell’ambiente di serenità che permette di lavorare a favore della gente ed è questo che devono fare i politici, fare gli amministratori”. “Mi auguro – aveva aggiunto – che la situazione si risolva in modo tale che l’amministrazione si metta a lavorare e ad affrontare i problemi e le difficoltà dei cittadini che a Roma sono molti”.

Doppio ‘gong’ insomma da parte della Chiesa: Conferenza episcopale e Vaticano avevano suonato le loro campane, per altro in modo misurato quanto netto nei contenuti: Galantino ha spiegato che non c’è giudizio di merito politico, cosa che non gli compete, ma di certo l’allarme è scattato; si tratta peraltro di due dei più stretti collaboratori del Pontefice, uno è il segretario di Stato per giunta, insomma non siamo alle voci di corridoio.

Il concetto espresso del resto è quasi lapalissiano: si mettano a governare, basta con il caos delle lotte interne, dei contrasti, delle dimissioni. D’altro canto è evidente che proprio questo è il punto dolente, che ‘mettersi a governare’ è quello che la giunta Raggi non riesce a fare.

Potrebbe infine esserci qualche altro motivo ad aver indotto la sindaca a dare forfait all’incontro in Vaticano: forse Virginia Raggi temeva di dover rispondere a una probabile domanda dei bambini dell’Ac sulle Olimpiadi? In un clima del genere le ipotesi si susseguono, e nel caos in cui si trovano i Cinquestelle la realtà politica, da terra di conquista si è trasformata in un campo minato.

Non va dimenticato, inoltre, che il prossimo 17 settembre Raggi dovrebbe celebrare le prime unioni civili omosessuali in Campidoglio; un atto dovuto certo, l’applicazione della legge; ma in questo clima la cosa non aiuta il rapporto con la Chiesa. In fondo qualcuno Oltretevere, magari negli ambienti più nostalgici della Curia, aveva coltivato la speranza che con questi Cinquestelle, alla fine, fosse possibile una qualche intesa vecchia maniera. In fondo non si erano opposti alla legge sulle unioni civili sia alla Camera che al Senato?

Ma si tratta, in questo momento, di temi e questioni minori. I messaggi che arrivano dalla altra sponda del Tevere riguardano il clima di rissa, l’assenza di guida, nei vertici dell’amministrazione comunale con ricadute pesanti nel suo corpo sociale; il resto viene dopo. Anche se certe distrazioni istituzionali non sono piaciute. E pensare che Virginia non era partita male: prima uscita pubblica con la fascia tricolre alla Pontificia università lateranense, quella del Vicariato, per il giubileo delle donne e degli uomini delle istituzioni pubbliche. Era il 22 giugno, la clamorosa vittoria elettorale era un ricordo freschissimo; giorni di gloria rivelatisi, come spesso avviene, effimeri.

Ma poi, soprattutto, c’era stato l’incontro con papa Francesco, il primo luglio. Senza attendere mesi e antichi rituali, Francesco volle subito incontrare faccia a faccia questa giovane donne che aveva conquistato in modo così travolgente la capitale. Il suo fu anche un gesto capace di spezzare una certa freddezza istituzionale che circondava la sindaca (oggi sappiamo anche, e forse soprattutto, da parte dei suoi); una mano tesa – quella del papa – che voleva essere un segno di incoraggiamento di fronte alle difficoltà nelle quali inevitabilmente si sarebbe imbattuta, un modo per darle quel riconoscimento pubblico e autorevole di cui la prima cittadina appena eletta aveva bisogno. La saggezza del papa, tuttavia, non è bastata.

Così è accaduto che pochi giorni fa, il 4 settembre, in piazza san Pietro si celebrava la canonizzazione di madre Teresa, cittadina onoraria di Roma, figura nota e popolare in tutto il mondo, religiosa cattolica venerata anche nell’India del nazionalismo induista. Fra capi di governo, personalità varie e decine di migliaia di fedeli, mancava ‘solo’ lei, Virginia, la quale naturalmente aveva altro a cui pensare, presa fra polemiche interne, pubblicazione di mail, dimissioni, indagini su Muraro, telefonate con Grillo, notizie sorprendenti su Cerroni, il re della spazzatura romana.

Era un’assenza istituzionale, una gaffes cristallina, alla quale si poneva rimedio postando in ritardo su facebook una foto di Virginia ai margini di piazza san Pietro; sono i casi in cui la toppa è peggiore del buco. Ma appunto la preoccupazione della Chiesa, in questa fase, lungi dall’essere di tipo ideologico o diplomatico – ma ci sono dei limiti in questo secondo caso – si riassume in una parola usata da Galantino per descrivere la situazione di Roma: “stallo”, cioè immobilismo di fronte ai problemi.

E qualcuno dalle parti dei Cinquestelle avrà già cominciato a fare gli scongiuri ripensando a quel “io non l ‘ho invitato” del papa riferito all’ex sindaco Ignazio Marino e al viaggio negli Stati Uniti. Non siamo a quel punto, ma non si può dire che l’avvertimento non sia partito.

 

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