Per i renziani quel “Fermatevi” vuol dire “scissione”

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Clima pesantissimo ma Renzi potrebbe ancora fare un’apertura. Veltroni aprirà l’Assemblea nazionale?

Si scrive “Fermatevi”, si legge scissione. Per i renziani – specie quelli più docla lettera di Bersani all’Huffington Post: ha un solo significato “Vuole lasciare in mano a Renzi il cerino”, laddove il cerino sarebbe la responsabilità, la colpa grave del divorzio nel Pd.

Quel “Fermatevi” bersaniano è stato preso male, al Nazareno. Anche e soprattutto da coloro che stanno cercando di smussare gli angoli, di scongiurare la scissione. Matteo Renzi potrebbe fare una qualche apertura nelle prossime ore con un’intervista ad un importante giornale riconoscendo la necessità di discutere apertamente, ma – esattamente per questo – non mollando sulla proposta di un Congresso in tempi rapidi: entro domenica 7 maggio ci sarà il nuovo leader del Pd, pronto per la partita delle amministrative che dovrebbe essere l’11 giugno, anche se non è ufficiale.

Sarà questa la proposta che Renzi porterà all’assemblea di domenica davanti a Bersani e gli altri “ribelli”. Vedremo quale sarà la risposta, anche se è escluso un gesto plateale già in quella sede.

Il clima è bruttissimo. Sono ore meste quelle che separano i protagonisti di questa storia dal d-day dell’assemblea, perché nei volti di tutti emerge un sentimento nuovo: dopo la rabbia si affaccia la preoccupazione, il nervosismo c’è ma ormai lascia quasi il posto alla rassegnazione che accompagna la fine di una storia. Gli spazi per la mediazione sembrano sempre più esigui sebbene oggi tra il Nazareno e la Camera ci sia stata una girandola di incontri. Renzi ha visto Orfini, Richetti, poi Martina e Delrio, mentre a Montecitorio Bersani si è confrontato brevemente con Guerini.

Nel frattempo i sentimenti contano. E contano anche i numeri e i calcoli. Ieri sera nel corso di un’agitata assemblea dei gruppi parlamentari la minoranza ha raccolto 60 firme a sostegno della proposta di togliere i capilista bloccati dalla legge elettorale, il documento non è stato messo ai voti perché, a detta di molti, da Franceschini a Rosato: “Che senso ha votare oggi qualcosa se domani non sappiamo nemmeno se saremo uniti?”

La “scissione sul calendario” – così i renziani hanno rinominato la posizione della minoranza – se ci sarà avrà più di un effetto, ed è ipotizzabile che da lunedì prossimo le tensioni di un gruppo che , per usare le parole di Fioroni, “non sta più insieme nemmeno con l’attack”, potrebbero riversarsi tutte in Parlamento.

Sono giorni che si inseguono voci di conte che porterebbero a diaspore di deputati e qualcuno ipotizza che le conseguenze arriverebbero a investire il governo Gentiloni. Magari il Capo dello Stato potrebbe chiedere alle Camere un voto di fiducia per verificare la tenuta della maggioranza.

E intanto, mentre i sentimenti si fanno largo in questa storia di divorzio, si affaccia la nostalgia. Quella di un percorso comune che non può andare perso. C’è chi avanza la mozione della ragione. Matteo Richetti, che oggi ha pranzato con Renzi (due pizze nella stanza del segretario) parafrasa Manzoni: “Questo congresso s’ha da fare: un grande progetto politico si puo’ chiudere per una data del congresso, 45 giorni prima o dopo?”, e c’è chi somattizza, come Anna Finocchiaro :”Fermiamo questa follia…, assurdo dividersi. Da quattro giorni ho la gastrite…”

Intanto, per omaggiare il Pd nel giorno in cui forse la scissione sempre minacciata verrà messa in atto, si pensa ad affidare al primo segretario dem l’apertura dell’assemblea di domenica: a Walter Veltroni, per ripartire dal Lingotto, da dove tutto ebbe inizio.

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